Philip-Lorca diCorcia ha un approccio alla fotografia di tipo cinematografico; ripercorrendo alcune tecniche Hollywoodiane, illuminazioni a fasci diretti, luci che isolano, fari seguipersone, figure riflesse su e/o attraverso le superfici, crea quegli effetti magnetici, ipnotici, che rapiscono chi guarda in mondi di immagini immaginarie.
La fiction fotografica ricostruisce le realtĂ inscenate; dunque autentici set dove soggetti e luoghi sono anticipatamente preparati, le scenografie costruite con materiali trovati.
Questo vale in particolare per i lavori degli anni ’80, dove prevalgono le ambientazioni private, quando riprende i suoi famigliari, emblematico lo scatto al fratello Mario, ritratto di fronte al frigorifero aperto.
Sperimentando con scatti successivi di polaroid le pose e i risultati, mixando luci artificiali e naturali, traduce disillusioni, perplessitĂ , momenti di riflessione, attimi di quotidianitĂ .
Rispetto a questi primi impegni, le serie successive, in particolare Hollywood e Streetwork vedono il fotografo cominciare a lavorare sulle strade di diverse città del mondo (New York, Londra, Napoli, Calcutta, Città del Messico). Qui l’artista prende accordi, contratta, offre compensi per le loro prestazioni a prostituti, sbandati e disoccupati, ogni foto porta titolo e prezzo pagato per il tempo dedicatogli. Per le riprese utilizza faretti e un complesso sistema di flash. I soggetti sono illuminati dall’alto e frontalmente, isolati sulle scene, così da ottenere foto vivide, ammalianti, come Tokyo 1994.
Decisamente interessante, per ottenere questi risultati, l’uso delle carte ektacolor, appunto necessarie a focalizzare l’attenzione sui particolari, esaltare i colori, i bianchi splendenti, brillanti. Fermando l’istante che separa immaginazione e realtà , sonno e veglia, crea una fiction, una sorta di distanza immaginaria tra soggetti e oggetti; le immagini si trasformano così in serbatoi-risorse per i sistemi personali di visione di chi guarda.
Per scattare le nuove fotografie, Heads, diCorcia usa il teleobbiettivo. Rispetto alle precedenti, dove i soggetti sono accompagnati da sfondi, qui prevalgono le inquadrature dei volti, imbiancati da luci stroboscopiche; l’effetto è l’apparenza di un movimento rallentato. Questo tipo di lampade emettono infatti dei flash di luce con una frequenza regolabile; possono così essere usate per congelare il movimento degli oggetti, delle persone, fornendo delle immagini a intervalli di tempo fissati. E’ così che l’evento temporale può essere sezionato in frame, frammenti, sempre più piccoli, congelati, appunto, da un flash.
Altro particolare, non meno degno di nota, è il modo in cui scatta. Nascondendosi dietro un angolo di strada, costruendo impalcature dove posiziona i flash, fotografa all’insaputa di chi passa, le luci si accendono all’improvviso, creando quadri luminescenti basati su dissolvenze incrociate delle luci e degli ambienti. Non in contraddizione rispetto ai lavori fotografici di Lorca diCorcia, piuttosto con un utilizzo altro delle luci, l’esposizione prosegue con i lavori Dietro di sé di Chiara Dynis. In una stanza buia sono posizionate tre lastre in vetroresina illuminate dall’interno. Si tratta di un brevetto lenticolare costituito da 36 pose fotografiche che compongono un film di luci; le variazioni ottiche sono prodotte dallo scivolamento delle stesse sulle scanalature delle vetrate. Grazie a questi filamenti si producono effetti tridimensionali e variazioni di prospettive.
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