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fino al 30.IV.2003 | Alfredo Cannata – Guys | Milano, Galleria Antonio Battaglia

di - 27 Marzo 2003

La specificità della Pop Art consisteva nel mutuare soggetti e mezzi espressivi dalla cultura di massa, restituendo dignità artistica ad una serie di pratiche e discipline, come il fumetto e la cartellonistica, fino a quel momento considerate esteticamente indifferenti. Un tale atteggiamento mentale è rintracciabile anche in alcuni artisti contemporanei che, pur lavorando in un contesto storico decisamente mutato, rivolgono la propria attenzione alle icone, ai miti e agli slogan del nostro tempo, diversi ma solo in parte da quelli degli anni ‘60.
Uno di essi è Alfredo Cannata, la cui pittura recupera il linguaggio e i valori iconografici dei manga, della pubblicità e dei videogiochi. I ritratti esposti da Antonio Battaglia raffigurano infatti personaggi che potrebbero essere usciti dalla penna di un illustratore giapponese o dalla mente degli ideatori dell’ultima novità della Playstation. Si tratta di volti stilizzati, dai lineamenti standardizzati e lo sguardo perso nel vuoto, come se la mano dell’artista avesse fatto di tutto per sottrarre da essi i tratti individuali e irriducibili per farne i “prototipi” di un nuovo stile di vita colorato e sintetico, ma sconsolatamente artificiale. Le figure appaiono in gruppi seriali di warholiana memoria, come se fossero stampe serigrafiche di una medesima idea: l’unica differenza sostanziale tra questi volti inespressivi è il colore della pelle, che variando da tela a tela, trasforma le figure nei simboli di un pluralismo etnico e razziale del tutto convenzionale, più o meno come succedeva nel celebre spot di una marca di jeans. La poetica di Cannata scorre sospesa tra uguaglianza e differenza, tra omologazione e nostalgia di unicità, testimoniando la capacità dell’artista di raccontare i vizi, le virtù, i sogni e i drammi del mondo adolescenziale sempre in bilico tra lo sforzo di trovare la propria strada e forme grottesche di uniformizzazione, tra gli atteggiamenti stereotipati e la scoperta della propria interiorità. Come Roy Lichtenstein, anche Cannata dipinge in modo impersonale e oggettivo, cercando di espungere dalla tela qualunque riferimento alla soggettività dell’artista e alle emozioni di chi è rappresentato. I contorni netti, le campiture piatte e i colori sui toni del blu, del rosa e dell’arancione ricordano l’artista britannico Allen Jones, anch’esso impegnato a dipingere con ironia e malizia i gusti e le tendenze di una generazione la cui mentalità cominciava ad essere pesantemente influenzata da campagne pubblicitarie e icone cinematografiche. Rispetto alla Pop Art storica, colpisce in Cannata l’attenzione per il dettaglio, il gusto per i primi piani e le visioni ravvicinate, come se ogni suo dipinto, per quanto rigoroso e distaccato, fosse segretamente animato dalla speranza di trovare un po’ di umanità tra i singoli pixel di questi volti senza anima.

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pierluigi casolari
mostra visitata il 18 marzo 2003


Alfredo Cannata, Guys
Galleria Antonio Battaglia, via Ciovasso 5
Tel. e fax 02/86461244, e-mail galleriabattaglia@tiscali.it
orari: da martedì a sabato dalle 15.30 alle 19.30. Mattino su appuntamento
Disponibile catalogo con testo di Alessandro Riva


[exibart]

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  • Ma che è Alex, fai pure storie? Ma ringrazia il cielo che gli hanno fatto l'articolo a questa robetta inutile. Dilettanti allo sbaraglio...

  • Troppo comodo e facile aggraparsi alla Pop Art storica per interpretare questo lavoro di Cannata. La forza di queste opere, oltre all' aver fuso insieme i vari linguaggi già citati da lei, stà nel presentare una pittura a tratti grezza in altri momenti sorprendentemente raffinata, proprio come scrive alessandro riva nel testo in catalogo.
    Questa ambivalenza visiva tiene il visitatore incollato alle tele non riuscendo mai a percepire dove inzia l'una e finisce l'altra, sorprendendosi di scoprire sempre nuovi dettagli.

  • e da quando quello che scrive Riva ha una qualche rilevanza in campo artistico?

  • FANTASTICO!!! Sul nuovo numero di ARTE recensione della mostra di Alfredo Cannata scritta da nientepopodimeno che Alessandro Riva...se si può essere meno professionali...

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