Si entra nelle sale di Palazzo Reale e s’incontra un’atmosfera d’altri tempi. Accanto alle immagini del fotografo parigino una musica di sottofondo evoca gli anni passati. Edith Piaf avvolge gli spettatori riconducendoli ad anni troppo lontani. E gli occhi vedono ricordi dimenticati.
Una Parigi fatta di petit riens e tanta ironia, ironia sottile. E’ lo sguardo amabile e leggero di Robert Doisneau, che per più di cinquant’anni ha raccontato la vita della sua città. I suoi abitanti. Piccole scene quotidiane, dettagli, sorrisi, giochi. Un mondo intero, insomma. Fotografia umanista per eccellenza, ma con un tocco di ironia inconsueta. Che fa star bene. E una dolcezza rara. Il fotografo stesso parlando delle sue immagini ha detto: “Il mondo che cercavo di mostrare era un mondo dove mi sarei potuto sentire bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei potuto trovare la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano la prova che questo mondo poteva esistere.” Questo è esattamente ciò che traspare da ognuna di queste immagini. Un mondo accogliente in cui vi è sempre un motivo per sorridere.
L’altra mostra. Nelle sale accanto l’Italia raccontata da venti fotografi. Ma cos’è l’Italia? In occasione di questa esposizione sono stati identificati dieci temi che dovrebbero o avrebbero dovuto rappresentare alcuni “luoghi comuni” del nostro Paese. Poi per ogni tema due fotografi a confronto: uno sguardo italiano e uno internazionale.
Progetto interessante, ma difficile a realizzarsi. Scanno, fotografata da Cartier Bresson e poi da Giacomelli. Luzzara immortalata da Paul Strand prima e vent’anni dopo da Gianni Berengo Gardin. Connubi storici che, sappiamo, ormai da tempo fanno parte della storia della fotografia. Poi vengono scelti altri binomi, meno scontati certo, ma non ancora emblematici. Manicomi, Spiagge, Passeggiate romane. A volte i parallelismi risultano interessanti, altre, invece, troppo forzati.
L’immagine dell’Italia che ne risulta, insomma, è molto confusa, frammentaria. Non si parla più di “doppie visioni”, ma di venti visioni divergenti che finiscono per raccontare poco. Venti diversi modi di vedere, e solo in ultima analisi diversi modi di vedere l’Italia.
La fotografia raramente finisce per essere autoreferenziale, eppure qui sembra parlare in primo luogo di sè stessa. Mentre avrebbe dovuto parlare di un’intera nazione…
francesca mila nemni
mostra visitata il 21 giugno 2005
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