Una vita racchiusa in una stanza. Una storia forte, dirompente. Non solo una mostra, ma una narrazione interiore, intima. Un mondo intero, ricreato da Enzo Cucchi per raccontare Mario Giacomelli.
Le immagini, una accanto all’altra, si rincorrono su due file lungo le pareti, senza lasciare spazio. Come sequenze di una pellicola dimenticata, di un sogno tormentato; come tracce di una vita passata. E sono poste in alto, sopra la mente, sopra i pensieri, dove si ritrovano i ricordi o i sogni. Lo sguardo corre veloce lungo la trama di un racconto personale, fatto di echi, rimandi, pause, istanti. E s’incontra un Giacomelli ancora più puro, perchè l’evocazione è più forte della realtà.
Enzo Cucchi racconta i suoi ricordi, l’artista che ha conosciuto e, allo stesso tempo, l’artista che è. In un sogno vivido in cui è racchiusa un’intera vita, una poetica. La figura del fotografo è delineata da una mano leggera, quasi sospesa eppure perfetta. La mano di chi ben l’ha conosciuto. I celebri bianchi accecanti di Giacomelli e i suoi neri totalizzanti, emblemi di un sentire spesso sofferto, assumono all’interno di questo racconto cucchiano un valore struggente, lacerante, in cui l’io narrante si perde nell’ordito della trama, e soggetto e oggetto del racconto diventano tutt’uno, la medesima voce. Dove il sentire di Giacomelli è evocato e subito sublimato da un altro sentire, certo diverso, ma altrettanto intenso, quello di un artista capace di reinventare un mondo e trasformarlo in poesia. Cucchi, grande artista della Trasavanguardia, dunque vicino ai concetti di memoria, eclettismo e citazionismo tipici di tale movimento artistico, de-struttura la classica chiave di lettura applicata alla poetica di Giacomelli e ricrea una nuova figura, più vera.
Il fotografo non è più raccontato sulla base delle grandi tematiche che ha affrontato nel corso della sua vita, dagli anziani rinchiusi negli ospizi di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, ai racconti di Lourdes e Scanno, ai celebri “pretini” di Io non ho mani che mi accarezzino il viso, ma è scomposto e ricomposto in mille frammenti tenuti insieme dal ricordo. Il risultato è creazione e realtà allo stesso tempo. E mai come ora si arriva a percepire la forza poetica di Giacomelli. Il suo mondo sognante e lacerato. Irrisolto.
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Giacomelli non si discute, ma perchè l'autrice dell'articolo non sottolinea la bassa operazione speculativa che questa mostra rappresenta? Se il maestro fosse stato vivo avremmo visto questi scatti di scarto?
Mi trovo d'accordo con morimura. L'autrice si è fermata, senza porre e porsi determinate domande.
Mi Spiace per Morimura ma non ci sono foto di scarto esposte a COSE MAI VISTE, ma solo opere in attesa di essere usate, infatti la gran parte delle immagini presenti sono state scelte da una grande serie creata dallo stesso Mario Giacomelli e che si chiama semplicemente "Per poesie". le avresti viste comunque, caro Morimura, con il tuo stesso cuore che vede piccole speculazioni, e con gli stessi tuoi occhi che vedono scarti.
...e vissero tutti felici e contenti...
Non tutto quello che dice la scimè è sacro. Non si tratta di un'operazione speculativa, tuttaltro. Ma di una rivisitazione personale fatta da un artista su un altro artista a lui caro. Non fa bene al cuore trovare speculazioni dappertutto mio caro morimura, soprattutto quando non sussistono. L'autrice.