“Come attraverso le commedie di Goldoni si riconosce la società veneziana, così nelle sue tele si ritrovano molte sfaccettature di quella bergamasca” (Tadini). Sono le tele di Fra’ Galgario (Vittore Ghislandi. Bergamo, 1655-1743) prelati, gentiluomini, dame. Poche queste ultime, data la misoginia del Ghislandi tramandata dai biografi, anche se è di una donna uno dei ritratti più belli in mostra, Isabella Camozzi de’ Gherardi, il cui volto emerge, austero, dal nero dell’abito vedovile illuminato solo da una trina bianca.
Il percorso espositvo ricostruisce l’evoluzione dello stile di Ghislandi, dagli anni della formazione fino alle ultime esperienze. La prima sezione della mostra indaga gli inizi del pittore, proponendo artisti italiani e stranieri suoi contemporanei di cui conobbe le opere (Evaristo Baschenis e Carlo Ceresa tra gli altri), tentando di
Nel Ritratto di Domenico Ghislandi cominciano ad emergere le caratteristiche dello stile, personalissimo, di Fra’ Galgario, risultato della fusione del colorismo veneziano (appreso alla scuola di Sebastiano Bombelli; si osservi la la varietà di rossi del Gerolamo Querini Stampalia di Bombelli) con il naturalismo lombardo e con una straordinaria capacità di introspezione psicologica.
Nei ritratti di Ghislandi si sente scorrere la vita, i volti suscitano simpatie e antipatie, diffidenza o fiducia, sono seducenti o sgradevoli. Ben diversi dai ritratti di parata dei contemporanei francesi (anche essi in mostra per un utile raffronto con le opere del pittore bergamasco), che al confronto sembrano fredde icone prive di anima. I visi di porcellana, appena illuminati di rosa sulle guance, delle ‘damine’ di Largillière o la grazia un po’ leziosa della Lettrice di Alexis Grimou non hanno punti di contatto con i volti segnati da ombre profonde e fortemente caratterizzati del Ghislandi.
Influenzato da una moda comune nella ritrattistica europea del tempo (che aveva il
La mostra documenta anche l’ultima parte della sua produzione, quando il pittore, abbandonate tinte luminose e contrasti di colore, si concentra sul volto del personaggio, che perde robustezza plastica e si disfa in larghe pennellate pastose. Le tele diventano quasi monocrome, prevalgono il nero, tonalità brune e rossi cupi. Negli ultimi anni Ghislandi adotta la tecnica di ‘finitura con le dita’ dei volti, numerose in mostra le testimonianze, tra le più intense il volto di Francesco Maria Bruntino e le labbra livide del Cavaliere dell’ordine costantiniano. Egli stende sulla superficie già dipinta un massiccio strato di colore, che poi schiaccia con le dita invece che stendere con il pennello.
Rimane come una “sorta di
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