Il lavoro di Marco Zanta (Treviso, 1962) si articola intorno a tre nuclei narrativi, incentrati sui luoghi del lavoro dell’uomo. Fabbriche, petroliere e cantieri. Eppure l’uomo è sempre assente, ed è un’assenza che si fa sentire. Tutte le immagini in mostra sembrano evocarla. Silenti e maestose. I luoghi sono innanzitutto privati dei loro abitanti. Rimangono scenografie mute, sospese. Articolate su piani geometrici molto precisi: composizioni quasi scientifiche. Spesso una quinta ostacola lo sguardo, lo costringe a soffermarsi, a volte lo blocca; altre volte un sipario impedisce la vista, negando la terza dimensione. I luoghi diventano creature astratte in cui il discorso sociale è necessariamente negato. Rimane solo il paesaggio avulso dal tempo e dall’uomo.
Nelle Fabbriche, il nucleo narrativo più riuscito, predominano i grigi, i verdi, gli azzurri. Spesso un’inquadratura frontale analizza una superficie piana, ne indaga i dettagli: un muro scrostato, piccoli oggetti ordinatamente impilati sui ripiani, una lunga vetrata arrugginita, le pieghe di un tendone industriale. Sono piccoli indizi che vanno a comporre un luogo, a descriverlo con delicata maestria.
Poi è la volta delle Petroliere. Qui la carica descrittiva di Zanta diventa meno convincente, meno eloquente. Sui pontili delle navi, intricate geometrie si contrappongo al paesaggio di sfondo creando una scissione netta della visione. Il rosso dei pontili, onnipresente, stride con la luce sempre delicata del paesaggio; lo sguardo si posa su punti di vista noti, usuali. Solamente la prima e l’ultima immagine, che rispettivamente aprono e chiudono la sezione, rivelano il tempo sospeso e, in un certo senso, poetico della prima sezione.
Si arriva infine ai Cantieri, dove Zanta prosegue nella sua ricerca geometrica, quasi architettonica. Mattoni, tavolati di legno, tralicci compongono ancora una volta una struttura cromatica e prospettica intenzionalmente organizzata, definita anche se più complessa. L’unica immagine “memore” del sublime rigore della prima sezione è proprio la più antica: Conegliano (1999), non cantiere, ma scena teatrale abbandonata. Ogni tanto l’attenzione formale in Zanta diventa troppo forte, evidente, marcata, e si perde quello sguardo più pacato e defilato che caratterizza le sue fotografie migliori.
francesca mila nemni
mostra visitata il 7 novembre 2006
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