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fino al 13.III.2010 | Jörg Immendorff | Milano, Cardi Black Box

di - 15 Febbraio 2010
Erwin Panofsky, Edgar
Wind e i cultori della materia iconologica troverebbero non pochi elementi di
studio in questi ultimi lavori di Jörg Immendorff (Bleckede, 1945 – Düsseldorf, 2007).
Esponente di primo
piano del Neoespressionismo tedesco insieme a Georg
Baselitz
, A.R. Penck, Sigmar
Polke
, Anselm Kiefer, Gehrard Richter e
Markus Lupertz, Immendorff arriva sul
suolo italico negli spazi espositivi
di Cardi Black Box in occasione della sua prima personale, nell’ordinamento di
una mostra volutamente lontana dalla retrospettiva e concentrata piuttosto
sugli ultimi lavori, realizzati quando la sclerosi
laterale amiotrofica di cui da tempo soffriva lo stava lentamente uccidendo.
Le opere in mostra – quattordici
oli su tela, tutti Untitled datati fra il 2006 e il 2007 e
realizzati con la collaborazione di alcuni assistenti per ovviare alle
difficoltà motorie causate dalla devastante malattia – testimoniano una
costruzione molto meditata dell’immagine, che sembra lasciare dietro a sé il
codice marcatamente neoespressionista per far emergere piuttosto una sintesi
espressiva affine agli esiti di un Ryan Mendoza. Se
non addirittura – non certo per affinità elettive ma per quel certo non-so-che in
vitù del quale si possono scorgere recondite armonie fra sperimentazioni
differenti – agli approdi di certi Jake & Dinos Chapman.

Certamente il codice espressivo
del giovane Immendorff – il codice
espressivo ammantato di valori sociali e politici che ha dato l’impronta di sé
alla storicità della produzione di Jörg Immendorff rispetto agli esiti ultimi
che si possono ammirare nel black box meneghino – permane intatto nell’iconografia delle ultime
realizzazioni. Che tuttavia si discostano dall’imprimatur dell’opera degli anni ’70 e ’80, per lasciare il posto a un’inedita
costruzione dell’immagine, con una forse ancor più pronunciata concessione alla
simbologia.
In queste ultime opere
sono infatti frequenti i riferimenti al Goya dei Disastri della guerra, a personaggi della mitologia classica come l’Ercole Farnese e il
Laocoonte – personificazioni del coraggio di fronte alla sorte avversa – e a Joseph
Beuys
, mentore di Immendorff durante gli
anni di studio all’Accademia di Belle Arti di Düsseldorf e citato con
l’immancabile cappello di feltro. Insomma, qui c’è tutto Jörg Immendorff,
nonostante la maledetta malattia.

Con questi late
paintings
, come recita con forza tranquilla il
titolo della mostra, il pittore tedesco sembra voler rompere l’idea del bello, coniugando i riferimenti all’incisione
raffinata di DürerLa Melancholia, ripresa con metodo pittorico – a una pittura violenta. Il
risultato è il ribaltamento del paradigma che vuole l’unità dello stile a
fondamento della buona pittura: qui abbiamo una discrepanza coscientemente
ricercata e una sintesi formale volutamente frastagliata.
Il risultato è, ancora
una volta, buona pittura. Didascalica, certamente. E caotica. Ma molto
meditata, con tutte quelle deformazioni che drammatizzano le figure, a memento
che la pittura non è mai mimetica.

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a Parigi

emanuele
beluffi

mostra visitata il 21 gennaio 2010


dal 21 gennaio al 13 marzo 2010
Jörg Immendorff –
Late Paintings
a cura di Sarah Cosulich Canarutto
Cardi Black Box
Corso di Porta Nuova, 38 (zona Moscova) – 20124 Milano
Orario: da martedì a sabato ore 10-19
Ingresso libero
Catalogo BoxNotes
Info: tel. +39 0245478189; fax +39 0245478120; gallery@cardiblackbox.com; www.cardiblackbox.com

[exibart]


Visualizza commenti

  • il non eccelso mendoza c'entra assai poco e i disastri della guerra dei chapman sono una versione sommessa e un po accidentale dei loro lavori scandalistici

    come altri selvaggi tedeschi immendorff piuttosto è andato orientandosi verso un discorso sovrastorico, una sorta di classicità spremuta a partire dalla scompaginazione contemporanea
    forse qui ha accolto qualcosa di polke accentuando però le note gravi
    ha trovato la forza di rinnovarsi all'ultimo
    a differenza di baselitz che è fermo da quasi 30 anni inscatolato in un gesto ormai stinto in semplice sigla

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