Marco Cerutti esprime l’essenza ipertecnologica della megalopoli contemporanea. Che poi sia proprio Tokyo quella descritta in mostra risulta evidente dall’eloquenza della titolazione e dei contenuti dell’installazione, che si nutre di cartoon e di delirio fumettistico tipicamente made in Japan. Così, anche se si evocano le metropoli del mondo, e anche se la fisicità degli agglomerati urbani rappresentati fa pensare a quella di molte altre città, il territorio è importante quando si parla di Cerutti, visto che ne determina l’afflato poetico e ne rappresenta l’attivante. Nei suoi primi lavori, difatti, protagonisti assoluti non erano tanto le megalopoli quanto i personaggi dei manga giapponesi, dai quali egli deriva senz’altro la propria formazione visiva. In queste prime prove le città si ponevano come sfondi per azioni fantasmagoriche e pirotecniche.
Nelle tele più recenti assistiamo ad un’evoluzione e a un approfondimento di questa riflessione. Evoluzione che ha portato l’autore a scegliere di affidare allo spazio urbano un vero protagonismo dittatoriale, destinandolo al ruolo di fagocitatore dalla mostruosa indifferenza -con le sue luci, le sue scritte, le variopinte pubblicità- dell’individuale vissuto, testimone esemplare degli effetti di una tecnocrazia inquietante e uniformante. Cerutti lavora riflettendo su questo progressivo dissolvimento del reale -in atto a più livelli ed in più direzioni- su territori diffusi di fiction. Una fiction che si sostituisce a quel reale amplificandolo, mutandone le caratteristiche in una surrealtà dalle inevitabili connotazioni barocche, proprio come quelle presenti nei manga. I tanti segni di questa situazione vengono rappresentati, con apparente paradosso, attraverso una loro sovrapposizione nel supporto più tradizionale che esista: la tela.
Sovrapposizione che avviene virtuosisticamente, in una restituzione pittorica che ha del fotografico e che ha, nel contempo, la capacità di confondere lo spettatore nella propria messa in scena assieme alle immagini video e alla musica.
Immagini stratificate dunque, declinate su strabismi linguistici avvincenti. Sono landscape metropolitani sognanti e metafisici, anche se qui il sogno non si accontenta di ritrarsi nello spazio autoreferenziale dell’evocazione, ma pretende il ruolo forte di rappresentazione del controverso quotidiano globale d’oggi.
Redazione Exibart
mostra visitata il 30 marzo 2006
[exibart]
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questi giovani curatori cosa non curerebbero per i soldi!