Tra le iniziative collegate al Salone del Mobile sono
poche quelle che si occupano di arte contemporanea senza svilirla; senza
ibridare a forza discipline diverse o sfruttare gli artisti per pubblicizzare
un marchio. La mostra The art of chess è una di queste: alcuni dei migliori artisti
viventi realizzano delle scacchiere, ma il tema scelto è solo un pretesto. Di
fatto si tratta di stupende sculture-installazioni che sintetizzano alla
perfezione la poetica degli artisti, fingendo di declinarla in chiave
funzionale o di design.
L’inizio è mozzafiato: Yayoi Kusama trasforma le pedine e l’intera
scacchiera in tante delle sue tipiche zucche. Le pedine sono metamorfiche, come
inquietanti escrescenze biomorfe. Gli elementi diventano indistinguibili e
intercambiabili, ognuno sembra potersi trasformare in ogni altro in qualsiasi
momento. E il gioco degli scacchi è un’allusione perfetta alla sua arte,
evocando il calcolo combinatorio che sta alla base dell’ossessività nei
confronti di un mondo che deve essere obliterato con i pois.
La scacchiera di Tom Friedman è un ricettacolo di minutaglie,
elementi di recupero, frammenti di vita quotidiana, come d’uso nelle sue opere.
I pezzi del gioco sono disomogenei per dimensione e natura. Un simbolo forte
del disorientamento identitario che, complici le merci, rende ogni cosa
sostituibile con ogni altra.
L’opera migliore? Forse quella di Rachel Whiteread. La sua scacchiera titilla
l’immaginario con riferimenti che sono al contempo interni ed esterni alla sua
poetica. Le pedine sono pezzi d’arredo in miniatura, con uno stile tipico delle
case proletarie che sono il soggetto principale dei suoi straordinari e
celeberrimi calchi. Ma vengono anche alla mente alcuni luoghi comuni che sono di tutti: le case
delle bambole, o il nido domestico della piccola borghesia che ormai appartiene
all’esperienza diretta della maggioranza di noi.
Per Tracey Emin gli scacchi sono un gioco di potere (come d’altronde
tutto nella sua opera: il sesso, il linguaggio, l’amore). Le frasi traumatiche
che ricama sulla sua scacchiera e sulla custodia delle pedine risuonano come
istruzioni, o forse penitenze, a cui devono sottostare i giocatori. Non
dissimile in questo senso la scultura di Barbara Kruger, dove i “diktat” sono sia scritti
sia pronunciati da un altoparlante che sembra voler interferire con lo
svolgersi del gioco. Tutti i rapporti interpersonali, sembra dire Kruger, sono
potenzialmente rapporti di sopraffazione, anche e soprattutto perché mediati
dalle sovrastrutture sociali.
Per Damien Hirst invece tutto è congelato, le pedine sono come medicinali
chiusi in un armadietto, e il gioco sembra una possibilità ormai passata, prima
del passaggio al post-human. E le pedine di Alastair Mackie (insetti racchiusi nell’ambra)
sono uno dei suoi macabri giochi tra la vita e la morte: il congelamento di
forme di vita animali allo scopo di conservarle, sopraggiunto però un po’
troppo tardi, quando la morte è già intervenuta.
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stefano castelli
mostra visitata il 14 aprile 2010
dal 14 aprile al 14 maggio 2010
The
Art of Chess
Project B Contemporay Art
Via Borgonuovo, 3 (zona Montenapoleone) – 20121 Milano
Orario: da lunedì a venerdì ore 11-13 e 14-19.30
Ingresso libero
Info: tel. +39 0286998751; fax +39 0280581467; info@projectb.eu; www.projectb.eu
[exibart]
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