Già conosciuta in Italia per le sua partecipazione ad “Aperto” alla Biennale di Venezia del 1993 e, nello stesso anno, alla mostra “post-human” al Castello di Rivoli , l’artista americana Kiki Smith torna in Italia dove la galleria milanese Raffaella Cortese ospita la sua prima personale italiana.
Fulcro della ricerca artistica di Kiki Smith – nata in Germania nel 1954, vive e lavora a New York dalla fine degli anni ’70 – è il corpo, l’essere umano, analizzato in ogni suo aspetto. Una ricerca che l’artista porta avanti con grande coerenza a partire dagli anni 80, muovendosi su diversi piani di analisi: la figura umana viene indagata all’interno del contesto sociale, storico e culturale, elementi che a loro volta vanno a creare l’idea di un corpo e di un uomo che muta nel corso dei secoli fino ad arrivare all’immagine dell’uomo contemporaneo.
La ricerca artistica di Kiki Smith si evolve in modo logico e coerente allargandosi fino ad arrivare all’analisi dell’ambiente naturale che circonda l’uomo, il cosmo e gli animali.
Un rapporto, quello uomo/natura, al quale l’artista si rivolge con una rinnovata attenzione a partire dalla seconda metà degli anni novanta e che, come possiamo vedere nelle opere in mostra, forte traspare nei suoi più recenti lavori.
Protagonisti della mostra sono uomini dal corpo zoomorfo, realizzati su di una leggera e trasparente carta nepalese lavorata a mano e che danno vita all’opera “Double Heads”; compaiono, poi, immagini di sirene, di fate, ma anche un gruppo di insidiose arpie, malvagi uccelli dalla testa umana, “Sirens” – come le chiama l’artista – che invadono un angolo della galleria al fianco di una diafana ed evanescente Eva, realizzata in resina e polvere di marmo; mentre nella stanza accanto la figura umana della scultura “Calling” dialoga con elementi vegetali.
L’artista utilizza con grande disinvoltura i più svariati materiali, quali bronzo, carta, vetro, passando con grande padronanza dalla scultura al disegno e all’incisione, per creare quell’immaginario fantastico nel quale l’uomo di Kiki Smith, ma forse anche lo spettatore, ritrova la propria identità nell’unione panica con la natura.
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