Lo studio Visconti di Milano ha il sapore affascinante e polveroso del passato. Con le sue sale dai soffitti alti e affrescati, le sue porte di legno dipinto e le finestre a vetrate sul parco. Così è anche la mostra realizzata appositamente per questo spazio dall’artista veneto Maurizio Pellegrin (Venezia, 1956), un’anima divisa tra la bellissima decadenza della laguna e le meraviglie di New York (un po’ come Lucio Fontana, che lavorò in questo stesso studio).
Con rara capacità evocativa, Pellegrin racconta le tappe di un viaggio reale e spirituale in vari luoghi del mondo, affidandosi ad una raccolta di oggetti, immagini e riferimenti estetici legati ad una città, ad una storia, ad un’ideologia. Viene in mente tanta parte della letteratura di viaggio occidentale, dai racconti dei grandi storiografi della Grecia Antica a Marco Polo, per la medesima volontà di raccontare e documentare il vissuto attraverso l’elencazione visiva o letteraria. Una linea continua congenita all’uomo, che ora in Pellegrin assume una vena artistica e lirica nella scelta di unire tutte le tappe con un medesimo filo conduttore: il colore rosso.
Un’esposizione assolutamente eclettica, in cui si affiancano disegni, installazioni, fotografie e oggetti, che viene idealmente -e concretamente- tenuta insieme dal ritornello del rosso. Colore sanguigno, emotivo e suggestivo, eccolo evocare il calore dell’Africa nella prima tappa di questo viaggio, composta da assemblaggi di oggetti antichi, carichi di storia e spiritualità, come totem esotici e attrezzi preistorici. Forte il rimando all’eleganza esotica del meraviglioso Giappone antico, per il quale l’artista ha riunito una serie di tavolette lignee del Settecento sulle quali è intervenuto con acrilico, fili, colate di colore e piccoli oggetti inseriti.
E ancora il rosso è il colore della grande ideologia comunista in Russia, Paese ricordato con una serie di dodici disegni a carboncino con ritratti di personaggi sovietici d’altri tempi. Uniti da tanto, tanto rosso: la bandiera dell’ideologia incendiaria, prima di tutto; e poi fili di lana, fili del telefono, fili ideali di una continuità reale o presunta con un passato da dimenticare o da resuscitare. La Cina, altro paese “rosso” in senso ideologico, è raccontata con una serie di collage di fotografie con interventi a matita, immagini stinte d’altri tempi e altri dolori.
E poi Venezia. Dove il rosso è la tinta dell’eleganza. Dei broccati, dei divanetti delle gondole. E rosse sono le imbarcazioni che Pellegrin ha ricamato e ha modellato nel vetro di Murano. Ma il rosso è anche nel tricolore italiano, nel Bel Paese d’altri tempi ferito dalla Guerra ed esaltato dal patriottismo. In un’intera parete dedicata a cimeli quasi museali, modellini lignei di aeroplani da combattimento e il viso di un aviatore raccontano il vermiglio del sangue e dell’amor patrio.
Gli ultimi lavori del percorso espositivo perdono il colore del fuoco e assumono quello della nostalgia. I toni si smorzano, subentrano i non-colori della polvere e della solitudine, in una serie di oggetti che ricordano l’arte povera e che quasi impongono di ricordare. Forse il bisogno di fermarsi per un po’, dopo tanto viaggiare.
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