Se Louise Lawler (Bronxville, New York, 1947) ricerca e descrive l’ambiguità tra realtà e finzione attraverso un’attenta indagine dei meccanismi fondanti il sistema dell’arte contemporanea, Cindy Sherman (Glen Ridge, New Jersey, 1954) rappresenta questa commistione attraverso il cambiamento dello stereotipo femminile fino a creare una nuova realtà immaginaria e grottesca.
Per la Lawler “l’arte è frutto di un processo collettivo” in cui giocano un ruolo decisivo non solo gli artisti, ma anche i curatori, i critici, i galleristi, i collezionisti e i musei. L’artista, pertanto, non è più l’unico creatore dell’opera d’arte, ma, nonostante la sua figura sia spesso mitizzata in nome del valore assoluto della libera creatività individuale, deve adeguare sempre più la sua produzione ai condizionamenti del sistema e degli altri suoi protagonisti, che concorrono a dare un valore specifico al prodotto artistico, divenuto merce culturale da produrre secondo
Cindy Sherman, invece, fa ruotare il proprio lavoro attorno al rapporto identità/rappresentazione: di ogni immagine, dove il suo corpo è lo strumento attraverso cui rappresentare l’altro da sé e, in particolar modo, la molteplicità dell’identità femminile, non solo è la protagonista che si trasforma, ma anche la regista e la “modella camaleontica di se stessa”. Nonostante abbia dichiarato: “Non faccio autoritratti. Cerco di stare il più lontana possibile da me stessa quando scatto le mie fotografie”. Il suo percorso, infatti, s’ispira non tanto alla tradizione dell’autoritratto, ma a quella del cambiamento di identità,
veronica pirola
mostra visitata il 31 maggio 2007
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