Come di consueto, Luciano Inga Pin ama divertirsi. Certo, questo è il punto centrale, per combattere la noia che affligge gli ambienti artistici, troppo spesso impomatati e velleitariamente iper-concettuali. Perché, in buona sostanza, divertendosi si impara, secondo un adagio popolare spesso dimenticato anche dalla pedagogia contemporanea. Si impara, per esempio, a esercitare i propri neuroni, a guardare non senza pregiudizi –ciò ch’è impossibile- ma con apertura mentale, oltre le strade troppo battute perché sono le uniche a essere illuminate. Il Volume delle labbra per sbeffeggiare gli enormi stormi di falene lobotomizzate che si accalcano intorno alle scatologie rinsecchite di Palazzi e Studi ormai defunti da tempo.
Ebbene, Luciano Inga Pin ha raccolto alcune brevi storielle e gossip minimali, origliate in luoghi più o meno probabili, come gli ormai rari vespasiani. Le ha registrate, probabilmente selezionate, poi le ha affidate a un gruppo di dodici artisti ai quali ha chiesto di “illustrarle”. Sono nati così i lavori di Emilio Gergati, con turgidi sessi maschili perfettamente eretti in silhouette dalle cromìe acide; oppure gli iper-sur-realismi biomeccanici di Fuel Pump, con un paio di acrilici tratti da Il secondo viaggio a Brno (2004).
Chi capiti a tiro della galleria milanese, avrà una certa difficoltà a orientarsi, perché sguarnito di un palese filo rosso che colleghi le opere. I nomi degli artisti scompaiono per riapparire inattesi, le tecniche più diverse si fiancheggiano e si guettent fra sale e corridoi, i sabot strascicati di un Luciano convalescente si intromettono curiosi e vivaci. A un tratto possono manifestarsi ritratti fotografici in bianco e nero con donne in lattice che tengono fra le labbra ratti bianchi, lingue bovine o interiora animali (Fabiano Di Cocco), versetti onomastici stampati su t-shirt a fianco di fotopitture con corpi maschili da culturista (Giuseppe Bordoni). Deambulazioni inquietanti manifestano bambini itifallici con orsacchiotti d’ordinanza, orbi entrambi (Eduardo Teramo) oppure braccia (inerti?) ricoperte di coriandoli (Maurizio Bongiovanni).
Non c’è tregua, piovono colpi in serie, come invita la dentiera pugilistica fotografata da Giuseppe Depetro (Hit me hard, 2004), per poi necessitare di un’enorme pasticca contenuta in un altrettanto enorme blister (Giovanni Ferrario). In fondo, è forse un banale problema di prospettive, per cui è sufficiente un blocco di vetrocemento per rendere astratto un nudo (Gianluca Chiodi), oppure non va fatto altro che stampare le proprie mail e appenderle al muro per coglierne la fugacità sintattica (Silvio Ferrari). O magari abbassare lo sguardo, per notare l’unico arto inferiore di un nero che segue le rotaie (Guglielmo Emilio Aschieri). Ancora una volta, Luciano Inga Pin e un pugno d’artisti sono sufficienti per risvegliarsi dal torpore. Enjoy!…
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grande il lavoro di gergati emilio. lucido e schietto riflette perfettamente la condizione attuale.
Tenetelo d'occhio.