Un viaggio nei secoli alla scoperta dell’arte del fantastico e del meraviglioso, termini dei quali si tende a dimenticare il reale significato. Meraviglioso non è necessariamente bello, ma qualcosa che suscita stupore e meraviglia e, perché no, paura e magari un senso di repulsione. Il fantastico ha a che vedere con ciò che l’uomo non riesce a spiegarsi; implica, come ben descritto da Bellasi in uno dei saggi in catalogo, l’attraversamento di una soglia, il passaggio da un mondo di certezze a quello del diverso e dell’ignoto.
La mostra propone un percorso che ricalca l’evoluzione del pensiero umano: dalla curiosità per le cose celesti a quelle terrene, fino alla propria coscienza. Il meraviglioso muta nei secoli così ai mostri infernali seguono le bizzarrie della natura e i fantasmi interiori, con un unico motivo che resta costante nel tempo: il pensiero della morte e l’immagine della danza macabra, alla quale è dedicata un’intera sezione.
A mostri e fantasie fanno da cornice una serie di curiosità: diorami teatrali e teatrini di carta, una raccolta di emblemi e imprese (le immagini allegoriche accompagnate da un motto che stimolavano l’arguzia delle corti rinascimentali); il singolare Arcimboldo dei mestieri e le vedute ottiche che ritraggono piazze e monumenti celebri, create per essere viste attraverso un particolare apparecchio ottico. Sorprendenti le anamorfosi: l’immagine è raffigurata in modo distorto e può essere riconosciuta solo se osservata da un particolare punto di vista. Quelle in mostra possono essere viste solo “specchiate” sulla superficie di un cilindro riflettente.
All’inizio del percorso il fantastico si accompagna al sacro e alla morale: peccato e vizio generano deformità e inducono la fantasia ancora medioevale degli artisti a creare esseri bizzarri. Le tavole della Divina Commedia illustrata nel 1487 da Bonino de Boninis vivacemente colorate a tempera mostrano Dante e Virgilio alle prese con i supplizi infernali. Nella gustosissima Battaglia dei Borsellini e delle casseforti di Pieter Bruegel il vecchio, che evoca il mondo onirico di Jeronymus Bosch, si scontrano salvadanai e forzieri con braccia e volti umani.
L’uomo del rinascimento si rivolge con curiosità alla natura, ha un’attrazione quasi morbosa per tutto ciò che di deforme essa produce e che la mostra documenta con una ricca selezione di stampe: uomini minuscoli, fanciulle bellissime ma prive di gambe, uomini con due teste.
Con il progredire della scienza il mondo esterno diventa meno misterioso, si colloca progressivamente al di qua della soglia del fantastico. I mostri verosimili di Francisco Goya aprono una nuova era, si affaccia il fantastico interiore e l’arte si popola di incubi e angosce. Dapprima l’artista prova tenerle a freno con la ragione (una rigorosa struttura prospettica) come nelle Carceri di Giovan Battista Piranesi, vertiginosi labirinti senza uscita (chissà se Escher nei suoi piani che si intrecciano, nelle scale senza fine si sia in parte ispirato a queste straordinarie opere grafiche). Poi nevrosi e incubi esplodono drammaticamente nelle opere stranianti di Odilon Redon, Max Klinger, Alfred Kubin.
Se il meraviglioso di natura era grottesco, magari ripugnante, il fantastico interiore è angosciante, causa e conseguenza di nevrosi. Ed è quello che spaventa di più.
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