Dalla Russia con amore. La galleria Nina Lumer intraprende la seconda tappa del ciclo Arte e Scienza, cominciato lo scorso novembre, con una mostra di Aleksander Brodsky (Mosca, 1955). Artista, architetto, pensatore, Brodsky è tra i personaggi più vivaci della scena contemporanea moscovita, che ha saputo fondere nella sua arte suggestioni e stimoli molteplici. Le sue strutture, eseguite con tratto magistrale ad incisione, sono immagini di una realtà urbana vista attraverso una lente deformante, che ne stravolge le forme, dissacrando le regole più rigide della prospettiva. E che tanto ricordano i fabbricati dalle fughe oblique progettati in terra natia, o le più utopistiche architetture di carta, realizzate nell’era Breznev come registrazione malinconica e provocatoria di una realtà altra. Una rivendicazione che, non potendo manifestarsi con armi politiche, sceglie la via dell’arte per ottenere soddisfazione. E che si nega alle logiche produttive e propagandistiche del regime, generando progetti impossibili da realizzare nel concreto.
Se lo scenario orchestrato da Tatlin, nel primo decennio del secolo scorso, con le sue macchine futuristiche, i congegni leonardeschi e il più famoso Monumento alla Terza Internazionale, traboccava dell’entusiasmo dell’intellettuale desideroso di far progredire la società, nelle incisioni e negli oggetti di Brodsky si coglie lo scarto temporale e concettuale. La sua vocazione al cinismo. La volontà di non dire.
Di lasciar filtrare il proprio pensiero attraverso velate allusioni, operando con le armi del gioco e dell’ironia. E con una confusione voluta di conoscenza empirica ed immaginazione. Che si dà nella metamorfosi di volti umani in forme animali. Nella confezione di cassette di cartoncino in cui cataloga, con la perizia dello scienziato, elementi essiccati provenienti dalla natura, cui accosta appunti e macchie casuali o profili appena abbozzati a penna. Nell’indagine, infine, della quarta dimensione, il tempo. Che si pone come un flusso infinito in cui le forme ondeggiano come raggelate dall’assenza di gravità. Non come un ordinato scorrere di eventi, bensì come un insieme di realtà parallele. Dalle quali emergono vestigia affaticate dalla dovizia di segni tramandati da un passato lontano di cui, come in una pellicola di Andrej Tarkovskij, sono rimasti solo gli scheletri.
Che si danno, immobili, alla contemplazione come sfingi in attesa di dare il proprio oracolo, al confine tra scienza e magia, realtà ed immaginazione, raziocinio ed indomabile follia.
santa nastro
mostra visitata il 14 febbraio 2006
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