Milano ha sempre avuto un ruolo da protagonista assoluta nel contesto culturale italiano ed europeo. Chiamata la “Lipsia d’Italia” – località tedesca da sempre all’avanguardia nel campo editoriale – la città meneghina è stata ed è tuttora un laboratorio di innovazione e sperimentazione, soprattutto nella produzione libraria. Scopo della grande editoria milanese, sin dalla fine del XIX secolo, fu la divulgazione culturale a tutti i livelli della società, attraverso un’innovativa diversificazione dei generi letterari. Non è un caso se Milano, nel 1901, aveva il 78% di alfabetizzati contro il 20% della Sicilia. La mostra “La città dell’Editoria”, organizzata nelle sale Viscontee del Castello Sforzesco, ricostruisce – per mezzo di un percorso ricco di fotografie, libri antichi e preziosi oggetti delle tipografie d’epoca – il contesto culturale attraverso cui si sviluppò la moderna editoria milanese dalla fine del XIX fino ai più moderni metodi di comunicazione dei giorni nostri. Di assoluto valore le figure pionieristiche, ricostruite con dovizia di particolari e documenti, di Emilio Treves e Edoardo Sonzogno, capaci di diffondere nell’Italietta post unitaria, l’opera di personaggi del calibro di Pirandello, Verga, d’Annunzio, Baudelaire, Balzac, Hugo e molti altri. In particolare, fondamentale fu l’impegno di Treves di diffondere in ogni modo l’oggetto libro, giungendo a vendere, nel 1906, 300.000 copie del “Cuore” di De Amicis. I due giovani editori (Treves e Sonzogno) si affiancarono ad una vera corazzata, la Ricordi, attiva da decenni, stimolando tutto il circuito culturale dell’epoca: da li a pochi anni aprirono i battenti case editrici, oggi celeberrime, come Hoepli e il Touring.
Questa proliferazione di editori generò un’ulteriore differenziazione dei generi, prima di allora sconosciuta (in particolare il genere della letteratura per ragazzi ebbe molto successo). La solida base di lettori fu il trampolino di lancio, dopo la Prima Guerra Mondiale, per l’investimento massiccio degli industriali nell’editoria: è del 1925 lo storico accordo tra Arnoldo Mondadori e il senatore Borletti, legato alla Banca d’Italia, che sancì l’ingresso della Mondadori Editore nel febbrile mondo della cultura milanese. Il concetto di divulgazione venne allargato a dismisura, affiancandolo però anche a quello di qualità: arrivarono, nell’Italia fascista, i grandi autori americani – Dos Passos, Faulkner, Scott Fitzgerald, Fante – oltre ad un protagonista assoluto della nostra epoca, Topolino (il primo numero del fumetto è datato 1935). Accanto a queste grandi case si muovevano anche personaggi di frontiera come Morianni che, sempre nel ventennio fascista, promosse l’edizione di numerosi testi anarchici. Con la creazione dei tascabili (nel ’48 la BMM della Mondadori, nel ’49 la BUR della Rizzoli sino ai mitici Oscar datati 1965) la editoria milanese divenne testimone diretto della società civile, seguendo pari passo le sue trasformazioni: in particolare un ruolo da assoluto protagonista ebbe Giangiacomo Feltrinelli, capace di conciliare le esigenze di vendita con l’impegno politico e civile, soprattutto negli anni caldi della contestazione.
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