Non è necessario fotografare vita per trasmettere vita. Esko Männikkö lo sa bene. I suoi scatti, che abbiano per soggetto esseri umani, animali o cose, sono un’indagine intima ed accurata della società cui appartengono. Scandagliata con l’accortezza e la perizia di un antropologo. Fotografata con la pazienza di un dagherrotipista. Risolta con la poesia di un Walker Evans. La serie presentata a Milano sceglie come filo conduttore il ritratto di sedie. Che assumono, pur nella loro banalità, la potenza di uno sguardo umano. Sul retro, interni generalmente poveri, spogli, quasi squallidi, che, tuttavia, attraverso il taglio compositivo scelto e l’occhio dell’artista assumono un’aura di dignità regale. Le immagini di Männikkö, infatti, non sono mai snapshot, bensì la risultante di uno studio maniacale del set fotografico. Composto ed osservato con le regole più ferree dello still life e tempi di ripresa lunghissimi. In cui il soggetto, che interagisce sensualmente con l’obiettivo, cresce, come nella fotografia dei pionieri, nel lasso della durata dello scatto. Perdendo le incertezze e la freschezza dell’improvvisazione, o della rapina, e guadagnando la ieraticità –la posa come spiegava Roland Barthes, ne La Camera Chiara– della pittura. Ogni dinamismo viene così cancellato in favore di un raffreddamento generale dell’immagine fino alla liberazione effettiva da ogni retorica pauperista. L’impegno sociale è qui, infatti, solo alluso, senza alcuna concessione a qualsivoglia sentimentalismo. L’opera diventa, in fondo, un tramite tra realtà diverse –lo spettatore e il soggetto- un’analisi sistematica dei luoghi che l’artista finlandese visita. Anzi, vive. Poiché vi si ferma per lungo tempo. Ne studia le particolarità, i costumi, le tradizioni. Fino ad entrare in un contatto intimo e viscerale con la più scontata quotidianità. Perché è routine -lo spazio domestico- il tema centrale dell’arte di Männikkö.
Le cose di tutti i giorni diventano interessanti e, appiattite sulla superficie patinata, incastonate all’interno della cornice, si danno allo spettatore in tutta la loro implicita preziosità. A scampo di folklorismi, o dell’estetica occidentalizzata del souvenir. Al di là di queste considerazioni, restano da tirare un paio di conclusioni. La prima, è che per quanto l’arte quanto cerchi di avvicinarsi alle problematiche del sociale, ancora perde colpi dinanzi alla fotografia. La registrazione della realtà, seppur artificiosa e monocolare, operata dal mezzo meccanico, risulta ancora troppo forte, con un impatto ed un’intensità violenti, che nessuna elucubrazione concettuale, frigida per vocazione, può sperare di raggiungere. La seconda è che l’arte contemporanea opera negli interstizi. Dove il cinema delle grandi narrazioni tende a sintetizzare, eliminando i tempi morti, il banale, il quotidiano, per dare spazio alla trama e alle sue esigenze, l’arte s’inserisce, andando a scavare tra quei rifiuti, riutilizzandoli e sviscerandoli.
santa nastro
mostra visitata il 27 aprile 2006
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belli i vestiti nuovi dell'imperatore...
Beautiful exhibition, and beautiful review too. Thak You, Miss Nastro.
L.S.