Per la sua prima personale da Francesca Minini, Alessandro Ceresoli (Romano, Bergamo, 1975) presenta un’opera che domina lo spazio della galleria dialogando con gli elementi architettonici. Dalle pareti a vetro, ai soffitti, a tutte le stanze, che l’artista attraversa con una grande installazione in polistirolo che le collega l’una all’altra, come un lungo cordone ombelicale.
All’ingresso ci si trova immediatamente di fronte alla “bocca” un tubo bianco che diffonde dall’interno uno scroscio vaporoso. Ma solo seguendo l’evolversi della struttura fino al capo opposto, si scopre che essa affonda in una tinozza colma d’acqua che frizza e schiuma a causa di una soluzione di bicarbonato di sodio e acido citrico che viene ciclicamente versata nel recipiente rovesciando al suo interno sacchi simili a quelli del cemento. Così l’effervescenza si reitera inesausta, viva.
Il comunicato stampa parla dell’intenzione dell’artista di evocare il sottosuolo, ma mentre altrove il mondo sotterraneo evoca lo spessore incandescente del magma, ciò che si rimescola sotto la superficie, qui, al numero 25 di via Massimiano, e nell’immaginario di Ceresoli, è un paesaggio vaporoso, simile all’Islanda dei geyser, e delimitato da una superficie ondulata che corre lungo le pareti del retro della galleria.
Queste ultime le si indovina solo da una fessura ovale che si apre appena sopra l’altezza dello sguardo, perché alle consuete pareti di vetro -proprio alle spalle della tinozza che ribolle- l’artista ha sovrapposto uno spesso strato anch’esso di polistirolo, levigato e increspato da ondulature.
La rievocazione della natura fa tornare in mente il lavoro di artisti come Olafur Eliasson e Jeppe Hein, ma è una somiglianza tematica che si disperde sul piano dello stile, che là è asettico e meticoloso, mentre in Ceresoli il low-tech programmatico di materiali come il polistirolo nelle installazioni si alterna ad un intimismo caliginoso ed emozionale nei dipinti.
Proprio nei grandi dipinti su carta, che mostrano grandi alberi ritratti come in una radiografia che ne espone insieme fogliame e radici, l’artista dà voce alle note di basso che fanno risuonare l’installazione. Visti a distanza sono ampi monocromi neri rilucenti, abbaglianti nella generosità dei riverberi di luce e purtroppo tristemente abbagliati da un’illuminazione a neon che non rende loro giustizia. Tuttavia, l’apparente monocromatismo si schiude ad uno sguardo ravvicinato in una varietà di venature di qualità caleidoscopica. L’atmosfera è quella di un Sogno di una Notte di Mezza Estate. Densa di sortilegio e meraviglia. Ma anche dell’inquietudine che cova nella tenebra.
ambra caruso
mostra visitata il 18 gennaio 2006
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