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fino al 17.V.2008 | Liliana Moro | Milano, Docva

di - 9 Maggio 2008

Un’architettura è sempre racconto e metafora, storia da edificare e decodificare. Così, uno spazio percorribile può farsi solida griglia a cui affidare le pieghe e i nodi di una reinventata biografia. Liliana Moro (Milano, 1961), ospite del milanese Docva -il nuovo centro di documentazione per le arti visive che congloba Viafarini e Careof-, ha trasformato il vuoto imponente degli ambienti espositivi in una struttura asciutta e articolata. Le pareti in calcestruzzo tracciano una scrittura a-cronica di spigoli, stanze, passaggi, metaforico labirinto in cui sfuma la logica degli ingressi, delle interdizioni, delle direzioni.
Il titolo, This is the End, chiama in causa la questione del tempo, per un progetto basato sul senso simbolico e percettivo dello spazio. “Nel mio principio è la mia fine / Nella mia fine è il mio principio”, scriveva T.S. Eliot nei suoi straordinari Four Quartets. E con una controversa “fine” si confronta Moro che, raccontando in un eterno presente alcune tappe della sua storia creativa, scambia l’inizio con la fine, il passato col futuro. Cinque le opere-frammento che puntellano il dedalo di muri e mattoni, divenuto luogo della memoria, della coscienza, del pensiero in atto.
È soprattutto il tempo dello sguardo quello esplorato da Liliana Moro, come subito suggerito da L’uomo che guarda non farà il tifo contro, tautologica scritta blu al neon, tratta da una serie del 2004-05. Film (2006) mette in pratica quello sguardo dell’”abbassamento” tanto caro all’artista. Il gesto di chi si china per attivare un abbandono strategico all’immagine si realizza grazie alla scala che consente di scorgere, al di là di una parete, una scultura in bronzo poggiata a terra. Il gatto e il cane, rannicchiati in una cesta, citano la lunga sequenza di Film -cortometraggio beckettiano dedicato al fenomeno della visione- in cui un Buster Keaton ripreso sempre di spalle affronta la selvatica purezza dei quattro occhi ferini.

Ci sono poi gli specchietti retrovisori installati nel 1988 tra le inferriate della Casa Circondariale di Novi Ligure, testimoni di un’abile operazione di intercettazione di sguardi, quelli dei cittadini sul carcere e quelli dei detenuti sulla città. Unleaded, del 1989, è un pezzetto di gommapiuma costretto in una rete metallica, traccia di una impossibilità visiva e fisica: la leggerezza della spugna sperimenta l’atto di forza di una struttura che contiene e inchioda al suolo, impedendo la percezione della levità.
Sguardi negati, infine, in This is the End (2004). Da una stanza chiusa giunge una violenta luce rossa, mentre i versi e i rumori che tagliano l’aria evocano la famosa sequenza di 2001 Odissea nello spazio in cui le scimmie antropoidi conquistano il senso del sacro, l’istinto di lotta e la conoscenza. Tempio inaccessibile privo d’aperture, la stanza allude al mistero dell’evoluzione sfruttando l’evocazione filmica e la potenza dell’immateriale.

La “fine” narrata da Liliana Moro coincide col presente dinamico di una scrittura in soggettiva, negata dal ricordo di una frase accesa pochi anni addietro, nel blu elettrico di un neon: “L’autobiografia non esiste: è solo arte e menzogne”. Sacrosanta menzogna del vivere che s’intreccia con l’arte. Cavalcando il presente, fino alla fine.

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mostra visitata il 4 aprile 2008




dal 4 aprile al 17 maggio 2008
Liliana Moro – This is The End
a cura di Milovan Farronato
DOCVA – Documentation Center for Visual Arts
Via Procaccini, 4 (zona Cimitero Monumentale) – 20154 Milano
Orario: dal martedĂŹ al sabato ore 15-19; mattino su appuntamento
Ingresso libero
Info: tel. +39 023315800; info@docva.org; www.docva.org


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