Le auto a pedali, che negli anni Cinquanta hanno popolato i sogni di tutti i bambini, oggi sono considerate passatempi costosissimi ed esclusivi. Dopo un lungo periodo d’oblio, le automobiline senza motore sono oggetto infatti di un nuovo interesse e sono diventate a tutti gli effetti ricercati pezzi di modernariato. Grazie alla costanza e all’amore di due collezionisti varesini, Alberto Lavit e Luigi Soldano, entrambe fotografi professionisti, è possibile godere da vicino queste bellezze ancora affascinanti in una singolare e prestigiosa mostra nelle sale settecentesche di Villa Recalcati a Varese. Circa un centinaio di pezzi d’epoca, tra auto motociclette e razzi, tutti rigorosamente a pedali, offrono al visitatore lo spaccato di un tempo, i suoi colori, le forme che allora erano immaginazione di un futuro roboante. Le vetture a pedali nascono, come quelle a motore, attorno al 1890, ed entrano nel mondo dei giochi per bambini già abitato da cavalli a dondolo e piccole carrozze. Dagli albori fino al 1920 circa sono gli artigiani a realizzarle, ma in seguito divengono parte di produzioni in serie, con tanto di fabbricazione e commercio di accessori, dai clacson ai cerchi alle luci all’autoradio (un carillon inserito per i bimbi), da parte di aziende in tutta Europa, dalla Francia all’Inghilterra, dal Belgio all’Italia, dove nel 1922 la Giordani è già fra i principali produttori di questo ‘gioco d’élite’. Nella mostra varesina i due noti collezionisti presentano in una suggestiva ambientazione sia la produzione della Giordani di Bologna, fra cui il famoso ‘Reattore’ a tre ruote, sia quella di altre case italiane. Rigorosamente in lamiera e a pedali, le auto sono tutte originali del tempo, alcune restaurate con pezzi d’epoca da Lavit e Soldano che hanno composto la loro collezione nell’arco di una decina d’anni; in mostra anche documenti storici come le foto del “Carosello automobilistico” del 1938 in piazza Monte Grappa a Varese. Per l’occasione viene presentato il primo catalogo italiano di auto per gioco, edito da Giorgio Nada, scritto dagli stessi Lavit e Soldano.
(dal comunicato stampa)
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