Si sono divise equamente gli spazi della galleria milanese, due sale a testa. Si sono messe in gioco ciascuna con il suo stile, con il suo percorso, senza interferenze. Si sono offerte al visitatore -apparentemente- in silenzio per poi coinvolgerlo totalmente. Marina Paris (Sassoferrato, vive a Roma) e Ofri Cnaani (Israele, 1975) si affiancano in una doppia personale, confrontandosi simmetricamente con una serie di disegni e un’installazione a testa, e ricreando due mondi paralleli.
Per entrambe il disegno è ad inchiostro, ma lo stile, l’effetto e il tocco risultano profondamente diversi: quelle della Paris sono immagini tracciate da profili sottili, tremanti, chiari, ad evocare luoghi sconosciuti (o forse fin troppo conosciuti). Sono i luoghi di sempre e di mai, i luoghi dove si aspetta e dove ci si perde. File di sedie deserte aspettano un treno in una stazione, un aereo in un aeroporto, una morte in un ospedale. Tutto è vacuo, come avvolto da un liquido amniotico che anestetizza la mente e il ricordo. Il ricordo personale, il vissuto del singolo, tanto soggettivo eppure sorprendentemente simile per tutti.
Nei disegni di Ofri Cnaani la pennellata si fa più grossa, più liquida e materica, volta a risvegliare un inconscio freudiano collettivo, ora grottesco ora provocante. Le figure umane qui sono presenti, inquiete e inquietanti, a popolare un mondo onirico e surreale che vagamente ricorda Mirò.
E sono tracciate con pennellate volutamente distratte e infantili, un po’ africane e un po’ primitive. Molto diverso, il mondo dell’artista israeliana: non c’è pace, non c’è solitudine, non c’è abbandono, ma una costante tensione emotiva che diventa un vago preludio di violenza e di morbosità. Questi due mondi si concretizzano e trapassano, per ciascuna, dal disegno all’installazione. Nel caso della Paris, ci si trova in una sala in cui sembra di essere capitati per sbaglio. Ecco ricreato (anche a livello sonoro) uno di quegli ambienti di tutti e di nessuno, uno di quei corridoi con le pareti verde-solitudine e gli estintori, uno di quelli in cui non si vorrebbe mai passare e invece -chissà perché- ci si è già passati mille volte. Un’angoscia sottile che lascia un retrogusto amaro in bocca.
Più sofisticata la videoinstallazione della Cnaani, in cui -sulle pareti di una stanza buia che dialogano l’una con l’altra- si ricrea un mondo mitologico e letterario di violenza estemporanea, di coppie celebri che si assassinano con l’eleganza del mito, rivissute con una sottile ironia.
Da Leda alle Baccanti che sbranano Penteo, ci si lascia coinvolgere da un sottile gioco intellettuale che piace e stupisce. Per passare dal vissuto personale a quello della leggenda.
barbara meneghel
mostra visitata il 13 gennaio 2006
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