Nella sua terra natale, Luigi Spazzapan (Gradisca d’Isonzo, Slovenia 1889 – Torino 1958) presto aderisce al Movimento Futurista Giuliano. È un’epoca in cui affianca alla caricatura gli schemi decorativi astratti dalle marcate influenze futuriste (in mostra I serpenti, 1923), grazie ai quali vince anche una medaglia d’argento alla celeberrima Esposizione parigina del 1925. L’interesse sviluppato per il nascente razionalismo lo conduce ad accettare la collaborazione per il Padiglione della Chimica alla Esposizione di Architettura torinese in occasione del decennale della Vittoria, nel 1928.
Va tenuto a mente che Spazzapan proviene da un ambiente mitteleuropeo, da un crocevia di culture latina, slava e austriaca. Alla fine il lavoro non gli viene assegnato a causa dell’attività anarchica del fratello, ma egli decide comunque di restare a Torino, ai margini del cenacolo casoratiano (in Ritratto, 1930-31, si nota chiaramente la differenza fra la cerebralità di Casorati e –come scrisse Carluccio– il pittore con “un occhio allo stato puro”). Sarà avvicinato da critici come Lionello Venturi ed Edoardo Persico, oltre ai “colleghi” del Gruppo dei Sei, grazie soprattutto alle sue splendide chine e lavis (Scheletri vestiti, 1931). Sono anni in cui collabora anche con la “Gazzetta del Popolo” e comincia a ritrarre la città che lo “ospita”, con tratti rapidi e nervosi (Al Valentino, 1935 circa).
Nel 1945, tornato nello studio torinese dopo essere sfollato –i dolori della guerra sono fissati in tratti fugaci in lavori come L’appeso (1945 circa), che raffigura un partigiano impiccato– troverà i pochi resti di un incendio devastante che risale al 1943 e che ha ridotto in cenere migliaia di lavori. Comincia allora una nuova fase, caratterizzata da una rinnovata volontà di agire sul territorio: organizza, insieme a Mattia Moreni, Umberto Mastroianni ed Ettore Sottsass, il Premio Torino di pittura e scultura, che ha luogo la prima e ultima volta nel 1947, incontrando resistenze inenarrabili. Le medesime che farranno sì che la collezione di Peggy Guggenheim non potesse essere esposta nel capoluogo piemontese.
Negli ultimi anni, quasi in un impeto di ritrosia nei confronti dell’ambiente
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