La dimensione domestica è la dimensione interiore, qui più che mai. Le pareti segnano confini; raccolgono emozioni, pensieri, ricordi. Li proteggono. Delimitano uno spazio preciso. Interno ed esterno. La casa, anzi le case –di tutta una vita– diventano il simbolo di un’interiorità profondamente sentita. I sipari si alzano su palcoscenici noti, quelli di una quotidianità familiare e vissuta, ma traspare in più un sentire inconsueto, sincero. Si tratta di piccoli racconti visivi che parlano di una vita intera. Ed ecco che gli scorci casalinghi assumono altri significati, quelli di chi li ha abitati. Anila Rubiku, di origini albanesi, torna alle tradizioni del suo Paese investendole di nuove connotazioni. Il ricamo diventa mezzo espressivo in grado di tessere i sentieri del tempo e le forme dell’emozione. Fili di cotone o di seta trapassano la carta segnando le linee precise di una storia individuale, quella di una figura esile, appena accennata, che rivive i luoghi della sua esistenza e gli stati d’animo che le appartengono. Stanze che ospitano una bambina prima e una ragazza poi. E ancora una donna insicura e una dominatrice poi. Ed è sempre lei. E accanto la figura di un uomo, non sempre “oggetto del desiderio”, ma di una problematicità sofferta e ancora irrisolta. Uomo che gioca a far la parte dell’uomo e finisce per giocare a carte con la vita.
Traspare un’emotività coinvolgente. Eppure delicata, sottile. Un’esistenza rivelata. E i fili di cotone, quegli stessi fili che costituiscono le opere, diventano metafora stessa della vita. Segnano percorsi, si fermano, riprendono, sono interrotti e ancora sostengono l’intero racconto, l’intera storia. Ma tutto, proprio come nel ricordo, o nelle voci narranti, appare leggermente distorto. Le prospettive, le dimensioni sono quelle di chi osserva tutto dal di dentro. A popolare poi, questi luoghi, sapientemente costellati di indizi, non è solo ciò che appartiene al passato ma anche ciò che è agognato: celebri oggetti di design, minuziosamente descritti seppur mai posseduti. Anila trasforma le sue stanze in luoghi dove far convivere presente, passato e futuro, realtà e finzione.
La casa, scrigno di una persona, diventa stratificazione di simboli e di significati. Ogni dettaglio ha motivo di esistere. I centrini di pizzo, la scarpa gigante, la porta sempre aperta, la poltrona di Moroso, le piastrelle onnipresenti sono i significati –i “significanti” quasi– di Anila. Ogni cosa ha un senso. Si tratta di una piccola storia, di una storia individuale, costruita sui dettagli. Talvolta una figura appare sulla scena. Ma non basta. Accanto gli oggetti continuano a parlare, a raccontare. Poi la scena si chiude, si ritorna al presente. Un nodo o forse una spirale. Rimane solo una casa ad evocare chi l’ha abitata.
francesca mila nemni
mostra visitata il 18 ottobre 2005
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