Che dire di questa esposizione che dovrebbe essere la prima retrospettiva italiana del fotografo Mario Carrieri? C’è un grande nome a curare l’evento, quello di Giovanni Chiaramonte, ma evidentemente questo non basta.
Una retrospettiva è sempre un ‘affaire’ complesso: difficile che riesca bene. Rinchiudere in una stanza le opere di una vita genera sempre qualche perplessità, a meno che, certo, non si tratti delle grandi retrospettive istituzionali (prime fra tutte quelle statunitensi) dove i soldi, gli spazi e i materiali non mancano mai; ma non è questo il caso.
Descrivere un percorso poetico decisamente eclettico, come quello di Carrieri, in sole ottanta immagini a volte può risultare una scommessa impossibile, ancor più se si tratta di un artista poco conosciuto al pubblico, che si ritrova così ad osservare una galleria d’immagini poste le une accanto alle altre senza alcun filo conduttore, se non quello dell’“amata luce”. Certo si percepisce immediatamente lo stile del fotografo e soprattutto la sua costante ricerca sulla luce, ma gli oggetti della sua indagine sono così svariati e numerosi che presto si finisce per perdersi in quel bianco ed in quel nero lancinanti che caratterizzano tutta la sua opera, senza trovare un senso, una via per destreggiarsi tra i mille soggetti trattati.
Amata luce è il titolo azzeccato di questa retrospettiva che effettivamente svela al di là di della molteplicità dei temi affrontati, quasi impensabile (per non dire stridente), un’attenzione formale alla luce, costante e immutata, che, appunto, si rivela essere l’unica sottile linea rossa che vorrebbe accomunare l’intero percorso poetico dell’autore. Una luce sempre forte, accecante, che sembra negare a priori tutte le sfumature possibili; un bianco totale che lascia il posto solamente alla possibilità di un nero insondabile.
Quanto ai soggetti, invece, ce n’è per ogni gusto. Le immagini della Milano degli anni Cinquanta sono senz’ombra di dubbio le più interessanti: lo sguardo del fotografo, seppur attento al fotogiornalismo nascente di Milano e Venezia, svela una forte poetica personale. Subito accanto si incontrano però immagini di nature morte, di sculture antiche, di sculture moderne, di nudo, di design, di architettura…tutte connotate dalle opposte polarità del bianco e del nero, e da poco altro. A fatica qui si riesce ad evincere lo sguardo personale del fotografo, ed è un peccato. Sono immagini ben fatte, ma si vorrebbe poter dire altro. La colpa probabilmente è dell’allestimento: se cinque immagini per ogni sezione non bastano a rappresentare in modo esaustivo -almeno in questo caso- l’iter artistico di un autore, bastano però a fare una certa confusione.
francesca mila nemni
mostra visitata il 9 novembre 2004
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