Lo spazio espositivo è ricavato all’interno di un importante complesso edilizio di proprietà di una società finanziaria, nel pieno centro della city meneghina. Il marmo freddo e autorevole del pavimento e i titoli di borsa che scorrono freneticamente sulla vetrina d’ingresso difficilmente fanno dimenticare la location inconsueta. Eppure è già un traguardo. Del resto questo spazio, un po’ troppo imponente e un po’ troppo asettico, è, in fondo, un luogo azzeccato per le immagini di Lamberto Teotino. Immagini chirurgiche, digitali. Immagini che impongono un distacco innaturale, quasi troppo mentale per essere possibile. Sono scorci di un interno di una casa che può essere tutto fuorché abitabile: le pareti sono bianche, di un candore lancinante, insistente, il verde odora di naftalina, gli oggetti di metallo tagliano le immagini. Unici rei confessi di quelle macchie rosse che ricordano sangue. Ma lo ricordano e basta, non lo sono: fanno parte della finzione complessiva di questo progetto fotografico, sono solo l’aspetto più evidente.
Ogni immagine è macchiata di sangue, porta su di sé i segni di un “omicidioumano”, suggerisce il titolo.
Ed è un curioso neologismo: ogni omicidio è umano secondo la lingua italiana, l’unico che pare non esserlo, invece, è proprio questo. C’è da chiedersi dunque chi o se qualcuno sia stato ucciso in questa favola cerebrale. E se tutto è messa in scena si arriva presto a dubitarne. Questo “omicidio” è umano solo perché commesso dall’uomo e non sull’uomo: in realtà non c’è nessuna vittima apparente. L’unica vittima possibile forse è solo un determinato tipo di arte e di fotografia tradizionale, che da questi scatti pare essere lontana anni luce.
Sono immagini tutt’altro che accomodanti, e per questo potrebbero non piacere. Certo è che essere accomodanti non è mai stata una virtù.
francesca mila nemni
mostra visitata il 20 gennaio 2005
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nulla di così "nuovo"... ripensando agli scatti di max boldrin.