Christian Boltanski (Parigi 1944) è uno dei pochi artisti della sua generazione ad aver costruito con le sue opere un immaginario personale e riconoscibilissimo. Attraverso un lavoro costante che da anni si articola tra fotografia, scultura, installazione e film, esprime toni e tematiche che rappresentano ormai valori visivi acquisiti dalle generazioni successive. Fino ad incrociare talvolta il proprio percorso artistico con altri autori più giovani come Sophie Calle, o Annette Messanger (collega e compagna di vita) che da tempo conduce una ricerca distinta ma sempre parallela.
Tutta l’opera di Boltanski è modulata e si dipana sul concetto di memoria, individuando sempre un punto di contatto tra le dicotomie del pubblico e del privato, della rappresentazione autobiografica e di quella storica. Ed è proprio in quest’intreccio di storie differenti che si concentra l’attenzione di Boltanski per la relazione che collega i “piccoli ricordi” apparentemente insignificanti, ai “grandi ricordi” delle narrazioni capitali e delle ideologie.
Opere che stanno a metà tra l’austerità del museo e l’idea di lutto e della malinconia degli album domestici, dove la rappresentazione dell’immagine umana è ridotta quasi sempre ad una traccia evanescente, un dettaglio o a un’apparizione. Esempi di questo tipo di figurazione sono opere come Entre Temps che propone in sequenza le immagini fotografiche nelle quali il soggetto Boltanski si annulla come essere caratterizzato, unico, e si dà come traccia labile d’un anonimato esistenziale.
Ed ancora opere forse più deboli ma lapidarie. Come le parole “Tot” (“morto” in tedesco) e “silenzio” composte da lampadine che nella loro semplicità preannunciano il lavoro più straordinario delle mostra: Le Couer, un’unica debole lampadina intermittente collocata nel centro della galleria superiore e sincronizzata al suono di un battito cardiaco. Boltanski ha abilmente trasformato il difficile spazio della vasta sala quasi negandolo, lasciandolo riempire dal semplice battito e quindi non tanto esponendovi un’opera, ma piuttosto creando le condizioni per una partecipazione del visitatore. Quella dell’avvicinamento al centro, al cuore, per poi proseguire nuovamente verso l’altra uscita, e quindi, nuovamente verso il buio.
Ripercorrendo ancora una volta il doppio tema della memoria individuale e collettiva, Boltanski presenta il video interattivo 6 septembre, un flusso ininterrotto di 61 fotogrammi, uno per ogni “sei settembre”, giorno della sua nascita. Sono immagini a volte banali (recuperate da cinegiornali ad esempio), altre volte riconoscibili e importanti perché memoria visiva di fatti storici, politici, ma simili e paritetiche nell’essere scelte dallo sguardo dell’artista che le ha collezionate e affiancate.
Ma se l’idea comune delle opere di Christian Boltanski suggerisce immediatamente i toni del bianco e del nero, forse la più grande sorpresa entrando nel padiglione di Via Palestro è vedere del colore: si tratta della prima grande installazione composta da vaste scaffalature dove trovano spazio le rubriche telefoniche e le pagine gialle di tutte le nazioni. Al visitatore è concessa la possibilità di prelevare i volumi e di consultarli, cercando magari i nomi di parenti o amici sperduti per il mondo. Offrendo così la possibilità di un contatto, di un avvicinamento. Un’opera grandiosa che contiene in se anche il tragico constatare di essere e di fare parte di un enorme archivio.
riccardo conti
mostra visitata il 16 marzo 2005
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è straordinario, davanti a un grande artista come Boltanski tutti commenti e le polemiche tacciono