Le visioni dell’iridato artista olandese si confrontano quest’anno con due diversi artifici tecnici e, in un caso, affiancano ad una possibile rappresentazione dell’inconscio sognante una nuova lettura, di ritorno ad un’emersione della dimensione ancestrale, totemica, tribale, ed erotica dell’io.
Micha Klein, notissimo rappresentante del movimento vj di area dutch, che dopo l’88 introdusse le VideoDrugs nei rave party e, sulle scene internazionali, fu vincitore per due anni consecutivi del LSDA (Lucky Strike Dance Awards) e per tre del Gouden Kabouter Awards come best vj, è un fotoshop-maker di un immaginario musicale ai confini tra techno e house e di un illusorio
tullio pacifici
mostra visitata il 18 settembre 2002
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Dopo le fantastiche escursioni in templi e foreste incantate popolate da personaggi ibridi tra il mitologico e il virtuale, le ec-statiche visioni di Micha cambiano location ma non atmosfera: i nuovi lavori fotografici ci portano in altri paradisi altrettanto artificiali, isole lussureggianti e languidi tramonti, in cui splendide modelle in atteggiamenti ieratici o scabrosi posano tra vegetazione sintetica, architetture precolombiane e idoli di pietra, ispirati alla statuaria tradizionale indigena. Il senso psicotropo sempre presente in Klein però non si esoticizza, non si mescalinizza, non è il fascino sciamanico ad infondere trasporto in queste nuove rappresentazioni, ma la stessa elegante, serena, elettrica allucinazione collettiva delle lunghe notti nei clubs delle capitali del Vecchio Continente: Micha è europeo quanto lo è la Love Parade, e un set differente ci fa solo “spostare senza muoverci ”.
Le nuove bellezze artificiali stavolta ritratte (o meglio, ri-costruite e ri-progettate) a figura intera, campeggiano bidimensionali in uno spazio costruito su piani diversi, capaci di rendere una forte illusione di profondità, tuttavia non riescono ad avvicinare chi le guarda: nonostante la loro esagerata perfezione sono prive di comunicabilità e complicità, come a mantenere la distanza tra il loro paradiso e la nostra realtà. Sono icone, “icons”, simboli di una bellezza agognata e illusoria, simulacri di una perfezione non attuabile. Accanto a loro, in contrappunto e armonia, gli idoli. Ammiccanti e beffardi, maschili e sinistri, elemento scenografico e richiamo simbolico, sembrano tanto diversi dalle modelle quanto invece ne sono vicini: icone e idoli, entrambi sono feticci, “fetishes”, oggetti dalla funzione simbolica, sostituti tecnici della meta sessuale o spirituale di chi li venera.
La serie “Icons, Idols and fetishes” non si esaurisce in questi nuovi quattro “dipinti digitali”: da essi prendono forma piccole sculture in resina sintetica che danno peso e spessore agli idoli. Realizzate in RTP (Rapid Proto Typing), un nuovo programma che permette di
Completano la mostra sei nuovi pannelli che continuano la serie Artificial Beauty: ancora una volta la tecnica del morphing, fusione di lineamenti diversi, ha regalato ai nostri sogni belle senz’anima, ancora una volta ne rimaniamo colpiti e raggelati, ancora una volta più inquietati che sedotti.
valeria carnevali
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Scusate se mi permetto...non vorrete mica far passare per arte queste immagini che definirei piuttosto adatte ad un mensile noto!
Se il corpo femminile deve essere esibito e si vuol parlare d'arte allora guardiamo le immagini di Nobuyoshi Araki (vedi exibart nella home di oggi). A parte la sperimentazione, il mezzo utilizzato, queste immagini sono volgarotte, in esse non trovo nulla di onirico. L'esotismo è dato dai fiori, dai colori? bella scoperta. Forse esprimono l'immaginario erotico di Klein...è fantasioso...forse l'idolo tanto amato è lui? Non volevo essere bigotta, ma se arte e nudo dev'essere allora facciamo delle scelte di gusto!
Massì, tutto è arte. Spacciamo tutto per creatività... tanto chi ci capisce niente? Accettiamo per vero e assoluto quello che ci viene detto, quello che leggiamo... la capacità di critica si è dissolta col buon gusto, inutile negarlo.
Vergogna!