Nel 1973 Martin Parr si diploma in fotografia. Il suo progetto di tesi è Home Sweet Home. Ricrea una tipica stanza della middle class britannica: alle pareti una povera carta da parati con motivi floreali e delle piccole cornici in plastica a dir poco kitsch. Poi un caminetto finto a rendere ancora più squallido l’ambiente e un profumo scadente a suggellare il tutto. Da qui ha inizio la ricerca del fotografo inglese, portata avanti fino ad oggi, sulla classe media, sui gusti medi e sugli atteggiamenti medi di ognuno di noi. Dove ogni posa è insindacabilmente low profile e ogni oggetto è necessariamente cheap.
Lo sguardo di questi primi anni è discreto, erede del reportage sociale del dopoguerra ma già connotato da un sottile umorismo, spesso tipicamente british. Qualcosa di Bill Brandt certo, ma anche molto di Robert Frank e Gary Winogrand. Poi arriva il colore. Le note indagini di Stephen Shore e William Eggleston. Anche le immagini di Martin Parr si vestono di colori sgargianti, irriverenti, sempre estremamente eloquenti. Colori spesso forti, saturi, che connotano puntualmente il mondo del consumo, del superfluo appetibile e del prodotto in vetrina. Un turismo di massa comico e divertente dove tutti fanno le stesse cose e vedono le stesse cose.
Il curatore Val Williams ha mirabilmente ordinato nello stesso spazio non solo trentacinque anni di lavoro di Parr, ma in primo luogo trentacinque anni di storia dell’umanità analizzata e indagata esattamente per quello che è: assolutamente normale e proprio per questo comicamente inquietante.
The Last Resort (1983-1986) ritrae con ironia e lucidità “l’ultima spiaggia” di New Brighton in cui realtà e metafora diventano la medesima cosa. Una spiaggia che in realtà esiste poco, sotto colate di cemento e corpi sfatti che si affollano in mezzo ai
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francesca mila nemni
mostra visitata il 13 settembre 2006
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