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fino al 2.XI.2010 | Katerina Jebb | Milano, Gloriamaria Gallery

di - 29 Ottobre 2010
C’è l’arte che imita la natura, più o meno
fedele al suo senso aristotelico; sarebbe forse meglio dire: più o meno fedele
alla banalizzazione del suo senso aristotelico, così come è passato nei
secoli dei secoli amen
. C’è poi l’arte che nega la natura, o comunque prova a
inquadrare il reale nell’irreale. C’è, infine, l’arte del plausibile; arte del
possibile, arte che fonda la propria azione mimetica su una finzione che gioca a
nascondino con la farsa.

Ci sono quindi i set ricostruiti con
puntigliosa precisione da Gregory Crewdson o Erwin Olaf; ma ci sono anche i commercial
parodistici
di Katerina Jebb (Inghilterra, 1962; vive a Parigi), autentica borderline del mondo
della moda, costantemente in sella a una tecnica che la porta al confine tra
l’immagine a servizio del profitto e l’immagine a servizio di se stessa. Conosce
bene modelle e stilisti, ha seguito campagne milionarie e il lancio di prodotti
fashion, cool e chi più tiene aggettivi a effetto più ne metta.

Ma ha anche, da sempre, condotto progetti che graffiano
il sistema dall’interno; grattano le fondamenta di sabbia del sistema-moda,
accendendo l’attenzione non tanto su vere o presunte falsità, sui riflessi
abbacinanti dei riflettori. Quanto piuttosto sulla piatta e anestetica fiducia
che la società affida all’estetica e a tutti i mezzi capaci di assicurarla,
preservarla, garantirla, perpetrarla. Critica di un presente futuribile che
ripudia l’indagine in favore della pura acquiescenza.


Camera con vista sulla fusione linguistica tra
arte e pubblicità; e una camera, quindi, accoglie quanti scelgono di imbattersi
nei lavori di Jebb in mostra alla Gloriamaria Gallery di Milano, dove parte
dell’open space è stato riallestito nell’idea di un salotto piccolo borghese
anni ’70-’80, con tanto di carta da parati, moquette, tavolino poggia riviste.
Sul televisore da modernariato scorrono sette spot per sette prodotti assurdi
ma credibili: le sigarette Oral Fix; ma anche la bambola umanoide Real Woman, feticcio sessuale che
incarna il sogno onanista di una massaia robotizzata. A prestare volti, voci e
interpretazioni sono – per questo come per altri lavori – nomi grossi dello
show-biz: da Kylie Minogue a Kristin Scott Thomas, passando per un’androgina
Tilda Swinton.

Katerina Jebb, autodidatta capace di
conquistare personali al Victoria and Albert e al Whitney, insiste sul tema
della rimozione della coscienza; analizza la capacità abrasiva della società
dei consumi, che annulla e annichilisce, sostituisce alle individualità
raffinate superfetazioni estetiche. Un tema che trova linfa linguistica nei
cliché della comunicazione per la moda e nell’industria dei prodotti di
bellezza: nasce dunque Trouble in Paradise, la cipria obnubilante; ma anche la
pillola Mind and Soul Control; e soprattutto Life Eraser, la crema che insieme
alle rughe cancella il ricordo del passato, agendo in contemporanea su simbolo
e significato profondo.


E uscendo dalla dinamica del puro spot
commerciale, in una extended version che supera i 20 minuti e che all’interno di un
monologo ironico e inquieto regala in una citazione di John Keats la chiave di
lettura critica dell’intero progetto: “beauty is truth, truth beauty.

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francesco sala

mostra visitata il 3 ottobre 2010


dal 23
settembre al 2 novembre 2010

Katerina Jebb – Simulacrum
and Hyperbole

Gloriamaria Gallery

Via Watt, 32 (zona Porta Genova) –
20143 Milano

Orario: da lunedì a venerdì ore 10-13
e 15-18 o su appuntamento

Ingresso libero

Info: mob. +39 3357187768; info@gloriamariagallery.it;
www.gloriamariagallery.com

[exibart]

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