Quello di Chelsea, a New York, è un quartiere strano. Fino a poco tempo fa prevalentemente ingombro di carrozieri e pusher, ha ancora quell’atmosfera dimessa e stropicciata che ricorda vagamente le città portuali inglesi. Forse per l’aria bagnata che viene dai pier sull’Hudson. Eppure si sa, Chelsea è -ormai da qualche anno- uno dei centri più importanti al mondo per l’arte contemporanea. Non foss’altro che per la straordinaria concentrazione di gallerie cool (perché così vengono considerate dalla critica e dal mercato) che esplode nelle sue vie. Se ne possono trovare decine, in una sola street. Una anomalia urbanistica unica al mondo.
Proprio di questo ha voluto parlare il venezuelano (di origini svizzere, per la verità) Luis Molina-Pantin(Ginevra, 1969, vive a Caracas). Nella mostra l’artista riflette (come già in passato aveva fatto) sull’attuale sistema dell’arte contemporanea, sui rapporti tra opera e mercato che oscillano costantemente in un equilibrio precario, sul ruolo dell’artista nella società. E lo fa questa volta andando a colpire il cuore pulsante del sistema, il luogo da cui tutto nasce e a cui tutto ritorna: le gallerie di Chelsea, appunto. Aspirazione suprema, tanto per dirne una, di ogni giovane artista che si rispetti. Come ha affrontato le oltre cento gallery newyorkesi Molina-Pantin? Semplicemente, fotografandole. Con un iperrealismo che appare come puro intento documentario, l’obiettivo del fotografo ruba attimi alla giornata lavorativa di spazi perfetti. Non ricerca l’arte esposta. Non ha importanza in quest’ottica. Ricerca gli spazi, in se stessi, assoluti. Perché, paradossalmente, sono questi che contano di più. E quindi, ciò che appare nelle nove opere esposte sono le reception, le scrivanie, gli scaffali. Gagosian, Mary Boone, Anton Kern, Andrea Rosen, Sperone… Sono nomi grossi, nomi che pesano. Spazi espositivi ordinati, ampi, luminosi. Spesso più belli delle opere esposte, constata Molina-Pantin. Ed è qui, secondo il fotografo, lo scacco all’arte.
Come afferma Alfredo Sigolo nel testo critico che accompagna la mostra, si crea un cortocircuito. Un duplice cortocircuito, si potrebbe aggiungere. Da un lato quello, microscopico, dell’autoreferenzialità dell’arte, messa allo specchio. Dall’altro, il paradosso macroscopico del sistema del sistema attuale, in cui effettivamente –almeno in questo caso– la centralità dell’opera e dell’artista slittano inesorabilmente dietro la centralità della galleria, dello spazio ospitante. Tanto a livello estetico quanto a livello economico. Il fotografo venezuelano esorcizza potenziali accuse di banalità nella polemica, e di incoerenza nella denuncia con un espediente artistico assolutamente originale, dotato del giusto equilibrio tra ironia e documentazione.
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