È con una calligrafia un po’ incerta e infantile che il giovane Dennis Tyfus (Anversa, 1979) scrive l’invito per mostra allestita da Zonca & Zonca. Sul verso compaiono le due parole Finally Lost e al centro un essere zoomorfo pare spaurito, con due occhi a spillo, un tartufo che somiglia ad una mora e una bocca che pare una ferita incisa sulla carne pelosa.
La mostra non è da meno. Anzi. Tre sono le categorie espressive in cui ci si imbatte. Un breve video d’animazione in bianco e nero è un loop d’una manciata di secondi. Si tratta di una scena a “camera fissa”, ove un nerboruto santone in camice bianco tortura con un coltellaccio da macellaio il pene eretto di un uomo atterrito, col pube rasato e privo di arti superiori. La scena è francamente sgradevole, come del resto tutto l’immaginario del giovane Tyfus. Chiaramente questo non è un giudizio immediatamente estetico, e neppure morale. Resta il fatto che tale disagevole sgradevolezza permane, forse per due ragioni: in primo luogo non si riscontra alcun tipo d’intento “edificante”, nel senso che pare di assistere a uno sfogo fine a sé stesso piuttosto che a una denuncia sociale; in secondo luogo, il carattere grafico e fumettistico del suo tratto è altrettanto brutale e si discosta nettamente dal gusto splatter emerso negli ultimi anni nell’ambiente dell’animazione.
Per questa ragione, e talora con un risentimento proprio di chi ha un retroterra più “tradizionalmente” progressista, vengono in mente le parole di Habermas e una certa riflessione sulla fine della modernità intesa come progetto utopicamente realizzabile. Nel lavoro di Tyfus emerge invece una mappatura fatalista della barbarie. Una neutralità terrificante. Addirittura un compiacimento. Così è nel furioso wall painting che invade con pennarelli e spray un intero muro della galleria, dove il tratto infantile dell’artista belga mette in scena uomini che producono eccezionali flatulenze, personaggi in stile Simpson’s che si fanno segare la testa, santoni a forma di monti
Non s’intende certo esprimere una qualsivoglia condanna “morale” nei confronti di questi lavori e di queste tematiche. Al contrario, siamo convinti che sia di fondamentale importanza mostrare l’iperrealtà dello spettacolo contemporaneo. Ciò che non convince è la soluzione, qui intesa sia nel suo senso estetico e metaforico che in quello chimico. In altre parole, è un problema di “sommersi e salvati”. Almeno se l’intento di Tyfus è quello di mostrare il modus operandi di quello che un tempo si chiamava sottoproletariato. Visto, però, dalla gabbia dorata di uno studio d’artista, flanêur post-adolescenziale e a corto di idee nei pub del Nord Europa.
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