In un ambiente completamente bianco pullulano i volti, o meglio, gli occhi di decine di persone incontrate per caso e immortalate con uno sguardo qualunque. Quello del fotografo e il loro. Non c’è ricercatezza nei tagli fotografici, né nella luce, né nell’espressività degli sguardi: scatti anonimi a ritrarre individui altrettanto anonimi. Scatti “qualsiasi”, questi di Francesco Candeloro che esprimono appieno gli sguardi distratti di innumerevoli incontri quotidiani. Scatti a cui non si presta attenzione, sguardi a cui non si fa caso.
Poi ogni volto è stampato sulle facce di un cubo di plexiglas e ogni cubo è colorato. Colori primari e secondari si fanno eco a vicenda creando una forte tensione cromatica all’interno dello spazio. Sono i colori a campiture piatte tanto noti alla Pop Art, ma anche i colori privi di sfumature della produzione industriale. E qui, infatti, il passaggio dalla fotografia alla scultura e dalla scultura al design è molto labile. La componente estetica (o estetizzante?) è forte e non si sa se sia un fatto positivo o negativo. Begli oggetti, si direbbe. E questo forse è un male.
Poi a ben guardare in ogni cubo -al di là delle stampe memori di Roy Lichtestein, realizzate con un aerografo industriale- si scorge un piano inclinato sul quale poggiano curiosi elementi di forma allungata che conferiscono ai volti “inscatolati” un che di anomalo. Tutto sembra rimanere sospeso, non solo gli sguardi che vivono di tacite corrispondenze reciproche, ma l’atmosfera stessa bloccata nell’incredibile gioco di occhi immobili. Vince sicuramente il colore.
Il visitatore che entra nello spazio espositivo si trova immediatamente catapultato in un’altra dimensione, reale e surreale allo stesso tempo. Da un lato voci e sguardi registrati per le strade diventano il plausibile sottofondo e contesto di una qualsiasi situazione d’ogni giorno e dall’altro i cubi colorati che invadono la stanza danno luogo ad un ambiente giocoso e impossibile allo stesso tempo, degno di Carroll o del mondo del Mago di Oz.
E l’installazione nel suo complesso, nel continuo rimando di suoni, sguardi e colori, pare scivolare inesorabilmente verso un esito che appare prima di tutto decorativo dell’ambiente, al di là delle singole opere. Ed è forse uno dei rovesci della medaglia del site specific tipico dell’età contemporanea.
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