Davide Faccioli, in collaborazione con Pertti Kekarainen, ha stavolta optato per importare una mostra in origine ideata da Timothy Persons, della University of Art and Design di Helsinki. La medaglia ha i suoi due lati. Per un verso, l’esposizione dà modo di conoscere artisti che in Italia non godono certo di grande notorietà, pur essendo ottimi rappresentanti di quella “scuola” che rende celebre la Finlandia dell’arte (due nomi su tutti: Esko Männikkö ed Eija-Liisa Ahtila). Per l’altro, proprio perché l’occasione è ghiotta, resta l’amaro in bocca per una selezione rigidissima delle opere, a causa degli spazi ridotti della galleria. Insomma, a sfogliare il catalogo si prova la sensazione di aver goduto solo di un antipasto. Comunque un invito ad approfondire.
Veniamo a qualche nome. Con un’ironia che più algida non si potrebbe, Janne Lehtinen immortala una prova di volo, anzi il momento appena precedente il probabile sfacelo. In un paesaggio uggioso, indossando un maglione rosso, quasi a voler rendersi visibile nella performance icaresca, un uomo sta per lanciarsi da un masso, imbracato rozzamente in uno strumento in legno e, pare, carta igienica, a metà strada fra l’esperimento leonardesco e il festival dei bird men (Fly, 2003). Ancora gelo nel Frozen sea (2005) di Miklos Gaal, con le figurine minuscole e un misero molo turistico che quasi scompaiono nella distesa bianchissima, solcata da piste formate al passaggio dei pedoni e, chissà, da qualche sciatore fondista. Un paesaggio che pare artificioso, grazie ad un gioco di sfocature che sono frutto di un sapiente lavoro in camera oscura.
Ma è il lavoro di Jyrki Parantainen che colpisce di più. Le figure umane sono calate in ambienti anonimi, con un certo retrogusto che fa pensare alla nota azienda svedese di arredi fai-da-te. Soltanto che sul corpo di
Una menzione la merita anche la ricerca di Niko Luoma, che accessoriando la propria macchina fotografica con specchi riflettenti, ottiene pellicole sovraccariche di luce, nelle quali l’abuso informazionale porta al grado zero dell’informazione stessa. Il risultato, com’è facile prevedere, è una scia astratta, che tende al monocromatismo in sede di stampa. E ancora in tema di luce, Jorma Puranen realizza ritratti fotografici di ritratti pittorici. Ma lo fa abbandonando il canone della foto ancillare, documentaria, e quindi immaginiamo usi il flash o comunque non tenga conto dei riflessi dell’olio. Ne derivano volti antichi appena inquadrabili, e il riflesso condizionato dello spettatore a cambiar punto di vista per meglio vedere fa scaturire con tutta la sua forza il processo fotografico. Il gioco di specchi è finito, lo spettatore ne è la vittima, ora però più consapevole, forse, di cosa è proprio a un media piuttosto che a un altro.
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