Parlare di una riflessione sull’architettura da parte di un artista contemporaneo rischia ormai di diventare pericolosamente banalizzante, spesso a prescindere dall’effettiva qualità del prodotto artistico in questione. Moltissimo ha fatto -e sta tuttora facendo– la scena pittorica figurativa per rompere gli argini e le distinzioni tra le due arti sorelle: percorrendo strade di indagine differenti, ma sempre e comunque tese alla contaminazione intelligente o manieristica tra i due fronti.
Anche Rey Akdogan (1974), promettente artista newyorkese alla sua prima personale in Italia nella galleria diretta da Rossana Ciocca, sembra iscriversi di diritto nel filone della “riflessione sull’architettura”. Ma lo fa con un taglio nuovo e anomalo per questo settore, introducendo un elemento di emotività spiazzante a movimentare il risultato estetico del proprio lavoro. I suoi modellini -sculture di vari materiali e di dimensioni ridotte, piuttosto simili agli effettivi studi progettuali degli architetti– scandiscono in piani e sezioni geometriche il prodotto architettonico, offrendo allo spettatore quasi una spiegazione didattica del suo processo costruttivo. Illustrandone il contenuto con il rigore esemplare e matematico che solo un’arte apollinea come l’architettura è in grado di offrire.
Ma questo è soltanto il punto di partenza dell’indagine dell’artista, soltanto la prima fase del suo effettivo lavoro. Ecco infatti intervenire –all’interno delle strutture stesse– un elemento imprevisto, surreale, fantastico, che scompiglia le aspettative e getta di nuovo nell’indecisione la rigidità architettonica. Il dionisiaco di un paesaggio impossibile (cactus giganti, vetri azzurri che suggeriscono improbabili squarci di mare), introduce a forza una dimensione emotiva, quasi onirica e di per se stessa irregolare, nel prevedibile rigore di un processo di costruzione architettonica.
Il risultato è la strana coesistenza di prospettive in un’unica realizzazione: un’intersezione di piani scanditi dal rigore architettonico e contemporaneamente dalla fantasia. È come se la Akdogan, attraverso le sue contaminazioni spezzate in superfici piane e minimaliste, volesse suggerirci una possibilità di evasione, di impossibile realizzazione di luoghi non-luoghi, fittizi eppure auspicabili. Non ci sono proporzioni corrette tra il piano della fantasia e quelli della realtà, non ci sono pretese di coerenza immediata: eppure per un attimo verrebbe quasi da pensare che sia possibile realizzare un progetto architettonico, ad esempio, in un’immensa foresta di cactus giganti. Questo per ammorbidire i toni, per spezzare la rigidità di un continuum razionalista, ma anche per rimettere in gioco l’eterna contrapposizione e difficile convivenza tra chiarezza apollinea e follia dionisiaca.
Le sue sculture diventano quasi palcoscenici su cui recitano personaggi di fantasia: la struttura portante, il palcoscenico stesso, è il legame con la realtà. Tutto il resto è sogno, ma nel momento stesso in cui si recita il fantastico diviene assolutamente possibile. Esteticamente, idealmente, e architettonicamente parlando.
barbara meneghel
mostra visitata il 12 giugno 2007
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