Nell’ambito della XXXV edizione del Festival Autunno Musicale, accanto alle consuete manifestazioni sonore, è stata allestita una mostra dal titolo quantomeno impegnativo: Simboli e simbolismi. La scelta si spiega tenendo presente che il tema di quest’anno è appunto il simbolismo e che pertanto le varie kermesse programmate all’interno della manifestazione riportano tutte lo stesso titolo.
La rassegna tenta di offrirci una personale chiave di lettura dei simboli, dopo il simbolismo, quello storico, di personaggi come Odillion Redon, il cui fantasma viene invocato da un’opera in esposizione.
In mostra ci sono tutti i ‘simboli’ della nostra epoca: un angelo caduto dal cielo, cellulari e rolex, iconografia ironica e sarcastica del matrimonio e un altare dedicato alla divinità contemporanea per eccellenza, la televisione. Suggestiva è senza dubbio l’area in cui si dischiudono questi simboli, che amplifica le loro valenze di modernità.
Lo Spazio Shed è un luogo particolare per la città di Como, unico brandello ancora utilizzato di quella che fu l’enorme struttura tessile della Ticosa, ormai abbandonata da decenni al suo destino di degrado. E così il tetto a shed, i pavimenti trattati a cemento e la caratteristica pilastratura industriale divengono parte integrante del messaggio delle opere, dilaniate fra la volontà di restituire un messaggio onirico/simbolico e l’evidente straniamento subito dal loro inserimento in una struttura contemporanea.
Il luogo dei frammenti di un angelo, opera di Giuliano Collina, circoscrive il luogo fisico in cui l’angelo si è schiantato attraversi frammenti metallici sparsi sul pavimento, con dorature intermittenti che ne ricordano l’antico splendore.
Roberto Belcaro si muove in una dimensione vicina ai graffiti da writer metropolitano, una pop art contaminata dove emergono incubi post-moderni: al centro del tessuto grezzo, quasi un arazzo, è rappresentato un bovino, all’interno del quale, per qualche strana mutazione genetica, cresce un embrione di uomo con ali da insetto.
Visioni scansionate, realizzate in vetro e pvc, caratterizzano, invece, la ricerca di Fabrizio Musa. Fifteen scanner symbols è un collage visivo enorme composto, in sequenza, da immagini di coca cola, cellulari, rolex, denaro, cd, accendini. Tutto ciò che ci sentiamo costretti a possedere, marchi inequivocabili dei nostri anni. Superati i fragili geroglifici bianco/neri disposti a raggera sul pavimento da Isabella Gobbato, ci imbattiamo in un piccolo bruco verde che scala elementi geometrici tridimensionali di plastica trasparente.
È di Mauro Valsangiacomo l’artista che, in maniera esplicita, richiama nella mente del visitatore gli splendori del simbolismo. Il suo è “un aggiornamento della cartella – le origini – di Odillion Redon del 1883”. Si tratta di una sorta di serie di radiografie dei primi attimi in cui si formò la vita sulla terra, sequenze con didascalie che terminano con un profetico “impotente, l’essere vivente non poté non nascere”.
L’immagine della Stanza Nera di Maria Teresa Gavazzi, un semplice disegno che scaturisce dall’incontro fra le elementari regole di rappresentazione planimetrica architettonica e i rudimenti della prospettiva, rappresenta forse un simbolo iconografico: la stanza non è là realmente, ma con poche linee nere ci sembra quasi di coglierne lo spazio, senza grossi sforzi di rappresentazione realistica.
L’opera più suggestiva, a mio parere, anche se tratta un tema senza dubbio non nuovo, è quella di Enzo Santambrogio, Punto di vista. Un cerchio di specchi riflettenti, rotti, frantumati rende omaggio al sovrano della contemporaneità: la TV. Al centro dell’opera, alcuni frammenti si sollevano costruendo un altare su cui poggia uno schermo televisivo acceso. Il tubo catodico ‘vomita fuori’ la diretta televisiva. Ci conduce in un altro mondo reale-surreale, mentre delle fibre ottiche, disposte in forma di pentacolo alchemico, si illuminano ad intermittenza. Inutile dire che al centro del pentacolo è disposto lo schermo.
Simbolista-surrealista è la serie di Sacramenti di Bruno Bordoli, mentre Antonella Padovese, con il suo Papadanaio, gioca a proiettare le ombre della Santa Sede su un pannello. Espongono anche artisti orientali: decori ottenuti da bruciature per Kim Min – Jung, pannelli dipinti per Shuey Matsuyama. L’intento è quello di evidenziare come il simbolo possa essere recepito in maniera diametralmente opposta dalle due culture rappresentate: simbolo mass-mediatico per gli occidentali, tradizionale-magico per gli orientali.
All’esterno, alla ricerca di un difficile dialogo con la struttura industriale ri-nata, l’enorme scultura-albero di Riccardo Mantero.
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La mostra on line
Stefania Caccavo
[exibart]
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