Il lavoro presentato nella nuova sede di Fotografia Italiana –l’ex studio, ampliato e rivisitato da cima a fondo- da Silvio Wolf (Milano, 1952) è concettualmente potente. Il percorso si sviluppa a partire da Icona sagomata 03 (1999), ritratto di un palco riflesso nello specchio del ligneo soffitto intarsiato. Poi si apre uno scenario immaginifico di considerevole impatto. Pare di navigare nelle acque di certi trattati lulliani, un “Teatro di Camillo” rivisitato con mezzi contemporanei. Il fil rouge del progetto è il concetto di teatro come rappresentazione e finzione.
Per esempio, l’apparente nitidezza di Doppia Scala (2001) è ciò che di meno lapalissiano possiamo immaginare. È uno scatto realizzato dal palco reale: il palcoscenico riflette liquidamente le luci del soffitto e il fondale mostra… la Scala. La rappresentazione finzionale del teatro ha luogo a teatro, grazie a un’immagine d’archivio, che esplicita la memoria della propria finzione scenica. Ma a complicare le cose è l’uomo che sta fotografando dal palco reale riflesso, che ovviamente non è Silvio Wolf. È probabile che Baudelaire avrebbe trovato una conferma alla propria teoria sul carattere mortifero della fotografia. Ma quel che qui interessa è il ruolo della “soglia” -come la definisce l’artista- il confine rappresentato dal boccascena, al margine fra due finzioni e –complicando ancora- esso stesso spettatore delle miriadi di piccole rappresentazioni che si svolgono all’interno di ogni palchetto.
La soglia è l’esigenza dell’equilibrismo per chi non ha intenzione di varcarla. E l’equilibrismo necessita di continui micro-aggiustamenti. In altre parole, per star fermi occorre muoversi. Così si potrebbero leggere le Sfocate, che non-fermano alcuni dettagli della Scala.
Ma di soglie ve ne sono in abbondanza. Un’altra, indagata da Wolf, è quella che debolmente suddivide stabile settecentesco e macchinazione scenica contemporanea. “Un altro teatro che permette al teatro di esistere”, sostiene l’artista. Dunque, egli lo mette a nudo, facendolo apparire in specchi e porte socchiuse, delirio tecnologico che s’affaccia per un istante sui corrimano d’un tardo barocco anacronistico. Wolf rigira il proverbiale coltello nella ferita, presentando al visitatore la versione director’s cut del video Scala Zero, presentato nel 2000 alla Biennale di Architettura. Una soggettiva nel deserto del Teatro alla Scala, ove i fantasmi del dietro-le-quinte fanno una fugace comparsa fra i suoni di strumenti invisibili e respiri affannosi. Per perdersi in uno specchio carolliano. Che, ovviamente, non può che essere l’ennesima sfaccettatura della realtà.
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Una specificazione: quella che ho definito genericamente "immagine d'archivio" a proposito dell'opera "Doppia Scala" di Silvio Wolf è una fotografia di Roberto Masotti. La figura che sta fotografando è invece Silvia Lelli.
Dal 1979 al 1996 sono stati fotografi ufficiali del Teatro alla Scala.
Me ne scuso con loro e con i lettori.
m.e.g.