Dalla vetrina della galleria si scorgono dapprima le pareti candide, quasi accecanti. Poi si notano due grandi fogli da disegno e un brandello di cucina. Proprio un brandello, perché quella che Simone Racheli (Firenze, 1966. Vive a Parma) intitola Ricominciamo è un’installazione composta da una serie di oggetti che paiono essere transitati in un conflitto. Dalla sedia alle stoviglie, dai portafoto al libro del Galateo passando per una matita, tutto è rotto e rappezzatto. Ovvio, con le particolarità di ogni materiale: del vetro infranto non è possibile ricostruire la levigatezza, ma nel tavolo si possono inserire fil di ferro e nastro adesivo, così come sulla costa del libro e l’impugnatura della matita.
Per quanto riguarda i disegni, si tratta in ogni caso, qui come al piano sottostante, di piccoli elettrodomestici disegnati a matita. In parte sezioni che mettono a nudo la loro anima, in parte ritratti del loro esterno candore. Ma proprio perché prima denudati, in un certo qual modo arrossiscono, fisiologicamente. Allora si scatena un rimembrare certe riflessioni sul post-human, ma come ribaltate, per cui non è l’umano a tecnologizzarsi, ma il tecnologico a divenire organico. Così è per la ferita slabbrata nel muro, dal quale fuoriescono come in Brazil cavi e tubi caotici (Senza titolo); oppure nel caso della lavatrice, che assume le sinouse sembianze di una colf anatomica, come recita il titolo della mostra, e propone un vortice centripeto iridescente.Un discorso che vale infine per Resistenza, nel quale l’accezione non è tanto quella elettrica, ma umana: il tavolino, al quale sono state chirurgicamente segate tre gambe, tuttavia si regge, non cede agli smacchi che gli sono stati inferti.
Una riflessione più amara invece è condotta attraverso il breve video Piove sul bagnato. Un detto proverbiale che viene radicalmente confermato con la giusta dose di cinismo che è necessaria in ogni denuncia, affinché sortisca il proprio effetto almeno per un attimo. È una extracomunitaria che racconta una vita disillusa, scorrono i sottotitoli, la storia è penosa e ormai udita troppe volte. Lacrime, forse, cascano copiose sul una superfice indefinibile, finché si fa chiaro, grazie a uno zoom all’indietro, che si tratta di un water. E i sogni abbandonati, resi liquidi dal composto salino che secerne l’occhio, vengono spazzati via dallo sciacquone.
Uno “slittamento minimo”, come scrive giustamente il curatore, dà il tono alla mostra. E se vengono citati il surrealismo ma soprattutto molta letteratura contemporanea, in specie statunitense e russa, a quella di nomi più o meno noti proponiamo di aggiungere la strepitosa A. M. Homes. In ogni suo racconto dimostra come la quotidianità delle villette con giardino nascondano un sostrato di violenza, spesso neppure latente, che mina per lo meno ogni buon gusto.
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