Immenso e luminosissimo. Così si presenta il nuovo spazio espositivo della Fondazione Arnaldo Pomodoro. Tanto che ad entrarci ora, per visitare questa mostra sconfinata, si ha un po’ l’impressione di entrare in una gigantesca “arca” costruita per riunire tutto ciò che c’è da salvare della scultura italiana del Novecento.
Tre piani di esposizione; centonove artisti rappresentati da centocinquanta opere. Ecco i numeri: e già s’immagina l’immenso lavorio di uomini e macchine necessario per portare all’interno dell’arca opere immense e pesantissime come lo Scudo e i Colpi di Cannone di Mimmo Paladino, realizzati come “omaggio ad Arnaldo”, naturalmente Pomodoro, o il Luogo dell’energia di Pietro Cascella.
Ma andiamo con ordine: ad aprire l’esposizione la Maschera dell’idiota di Adolfo Wildt, 1910. La linea, perfetta, immacolata della scultura di Wildt, seppur caricata a volte di un espressionismo che ricorda la grafica di Grosz o Beckmann, sembra spezzarsi sotto il peso di una data tanto significativa.
“I bordi dell’oggetto fuggono verso una periferia di cui noi siamo il centro”, ripeteva Boccioni ribaltando una frase di Cezanne, alfine di rappresentare la “linea lirica” di un corpo, che è la sua “linea-forza”. Come un’esplosione nello spazio dell’energia racchiusa in ogni oggetto. La scultura di Boccioni esposta in mostra, Sviluppo di una bottiglia nello spazio (1913), sembra rappresentare al meglio queste teorie.
Il 1910 è anche l’anno del primo acquerello astratto di Kandinsky, con cui si dava ufficialmente il via a quel movimento complesso che in Italia fece fatica ad attecchire. Bisogna aspettare gli anni Trenta, infatti, perché si possa parlare di un astrattismo italiano, prima di tutto forse in scultura, con interpreti geniali come Fausto Melotti e Lucio Fontana. Strabiliante la Via Crucis (1947) di quest’ultimo. La movimentazione fantastica della materia e del colore crescono vertiginosamente, tradendo a tratti un’ispirazione dalla Battaglia di Anghiari di Leonardo, fino ad un definitivo assestamento concettuale nella scena della Crocifissione. Tutto si ferma, colore e materia; l’acme del racconto e della spiritualità sono raggiunte.
Nello stesso filone si collocano figure come quelle di Ettore Colla e Alberto Burri, rappresentato da Scultura (1978), un monolite kubrickiano impastato di materia vulcanica. Arrivano gli anni Sessanta: all’insegna dell’arte povera. Jannis Kounellis, Mario Merz, Giuseppe Penone, Alighiero Boetti, solo per fare qualche nome. E si prosegue così attraverso la transavanguardia di Enzo Cucchi e il ripensamento post-minimal di Nunzio.
Non poteva mancare però, a rebour, un omaggio all’artista italiano che più di tutti ha condizionato la scultura per lo meno della prima metà del secolo: Medardo Rosso (Gavroche, 1883 e Aetatis Aurea, 1886). Con lui entra di prepotenza la lezione dell’altro grande che, per ragioni di nazionalità e di anagrafe, non può essere direttamente presente: Auguste Rodin. Così come non può trovar posto lo svizzero Giacometti, il cui spirito, però, soffia costantemente sulla poppa dell’arca, permettendole di navigare.
stefano bruzzese
mostra visitata il 1 ottobre 2005
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