Un miraggio mentale inconsapevole e non più riconoscibile. Ovvero, quella dissolvenza impercettibile del fotogramma cinematografico che si avverte senza accorgersene, solo con la mente, durante il passaggio da una scena ad un’altra. Da un frame ad un altro. Una visione dinamica ed un processo strettamente intellettuale, che affiora dalla memoria. Un risultato complesso da raggiungere con la sola pittura. Ma non per Klaus Stephan (Vienna, 1964), abile e raffinato disegnatore con un background da produttore cinematografico, che nel ciclo di opere Songs of love and hate, ispirato alla musica degli anni ‘70 del cantautore e poeta americano Leonard Cohen, racconta storie suggestive, mostrandoci come l’amore e l’odio siano molto spesso due lati di una stessa medaglia. Stephan cattura il filo narrativo del testo musicale e lo ripropone nelle scene ambigue dei suoi quadri, che sono come still tratti da pellicola, caratterizzati da un taglio strettamente cinematografico e da un erotismo appena accennato.
La tecnica è quella del pigmento senza olio, che genera una figurazione asciutta e dai colori volutamente sbiaditi, stesi sulla tela con rigore. Dalla materia passa poi al disegno a matita, del quale rimane il tratto grafico e secco, per tornare poi di nuovo al colore e lavorare sulla luce.
Luce che si assorbe a poco a poco nella visione percettiva e rimane fioca, scialba, in penombra, come in dissolvenza, a illuminare volti appena abbozzati e sagome improntate dalla linea grafica; corpi che si raccontano in mezzo alla quotidianità cruda dell’amore e dell’odio, che mostrano una loro fisicità e sentimenti fatti di pura energia, non sempre positiva. Un colore che rappresenta il sentimento, un disegno che non ha bisogno dello spazio perché esso stesso penetra lo spazio. Una narrazione concatenata che si fa enigma nelle scene poco identificabili e nelle atmosfere da film noir.
I volti sono appannati e le figure sembrano ferme tra le luci e le ombre, mentre in realtà provengono da un processo in movimento, sono soltanto colte e fermate in quel preciso istante. È proprio per questo tra loro si cerca un nesso, perché anche se appaiono l’una distante dall’altra, senza una probabile trama che le sostenga, sono in realtà associate, legate e comunicanti all’interno dell’assetto spaziale delle singole narrazioni; costituiscono un racconto da codificare, fanno parte di scene di un film sempre diverso che lascia libero spazio all’interpretazione dello spettatore.
francesca baboni
mostra visitata il 20 marzo
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