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fino al 22.VI.2010 | Paolo Maggis | Milano, Marco Rossi

di - 15 Giugno 2010
Per un giovane artista d’oggi, uno dei generi più
rischiosi con cui cimentarsi è l’espressionismo. Per permettersi di affrontarlo
occorre imporsi misura e contenzione, al fine di non cadere nelle trappole che
esso tende. Il vitalismo, la magniloquenza, il lirismo (senza giungere alla
violenza denunciata da Jean Clair) sono infatti altrettante possibilità che
occhieggiano avide dietro l’angolo, antisociali anche perché conformi al dominio
esercitato dal regime dello spettacolo.

Paolo Maggis (Milano, 1978) da sempre si dimostra conscio della
necessità di imporre antidoti alla gestualità e all’istinto. Ma la sua attuale
mostra milanese, forse la sua migliore da The dreamers
(2004), segna un passo in avanti
decisivo. La sua pittura ora più che mai è dotata di un sistema, uno schema
linguistico che permette la dialetticità dell’opera tramite regole fisse e
perciò condivisibili.

Ovviamente, il campo principale in cui ciò si applica è
quello della composizione. Disposizione reciproca di sfondo e figura, piani che
si intersecano ma restano autonomi e autodeterminati, solidità a tratti di una
pittura che resta comunque prima di tutto gestuale: questi elementi danno una
solidità al dipinto che non è quella dell’emozione che sovrasta, ma la
franchezza di un’opera che si mette alla pari col mondo che raffigura.


Sin qui il rigore, la dialetticità di una pittura che può
essere discussa

perché dotata di un linguaggio. Ma tutto ciò non faccia pensare che la carica
espressiva di Maggis si sia perduta. Anzi, è proprio tale struttura che la
permette, rendendola forse ancora più potente che in passato. La stessa
compenetrazione tra figura e sfondo, ad esempio, è un elemento di concretezza
quasi tragico, che suggerisce imprigionamento ma anche possibile elevazione. I
soggetti sembrano ora pretesti, intercambiabili e non così decisamente
connotati. Tutto è assorbito dalla ragnatela del sistema pittorico, che si erge
possente pur senza violentare le velleità di identificazione dello spettatore.

La modalità di rappresentazione è in effetti quella del
rispecchiamento tra chi guarda l’opera e i personaggi. Non una totale
identificazione, ma uno studio a distanza ravvicinata, che diventa un corpo a
corpo teso e intrigante. E non viene meno nemmeno un’altra caratteristica della
pittura di Maggis, la sensualità delle superfici e delle figure. In questa
mostra, poi, si accentua una modalità di rappresentazione da sempre in nuce
nella pittura dell’artista: quella del narcisismo. In un benefico corto
circuito fra artista, soggetto e spettatore (complice l’elemento ideale dello
specchio), la figura umana si erge, come guardandosi dal di fuori, per
affermare la propria presenza. Scopre la sua materialità e valuta sorniona
l’effetto che fa sugli altri, avvalendosi della nudità e del contatto con
l’acqua (simbolo dello “specchio” sopra citato).


Ma anche la pelle e l’acqua infine si solidificano,
coagulandosi in superfici o in masse compatte, pronte a mettersi al servizio
della struttura generale dell’opera.

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stefano
castelli

mostra visitata il 6 maggio 2010


dal 6 maggio al 22 giugno
Paolo Maggis – Travelgum

MarcoRossi
ArteContemporanea

Corso Venezia, 29 (zona Porta Venezia)
– 20121 Milano

Orario: da martedì a sabato ore 11-19
Ingresso libero
Info: tel. +39 02795483; fax +39
02795596;
milano@marcorossiartecontemporanea.com; www.marcorossiartecontemporanea.com

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