Ricordate Narciso? La leggenda vuole che dal suo mitico rispecchiamento nasca il ritratto, probabilmente il genere artistico più antico e rivisitato nel tempo. Il ritratto, dunque, come riproduzione naturalistica dei tratti del modello, se si vuole considerare l’accezione più tradizionale -e in fondo più banale– del termine. In una collettiva ai margini della movida artistica meneghina di questo periodo, i nove artisti chiamati a interpretare il genere lo fanno invece in maniera assolutamente anti-convenzionale, spiazzando le ovvie aspettative legate a questo tema con rivisitazioni lontane tanto l’una dall’altra, quanto dal polo tradizionale della ritrattistica. Ciascuno di loro crea un microcosmo personale che porta a riflettere, a porsi domande, a interrogare l’opera per capire dove sia il senso. Dove si possa, ad esempio, rintracciare un autoritratto in un piccolo cubo scuro di cemento e ghisa posto sul pavimento. È l’opera di Francesco Gennari, che ha interpretato con questa forma esoterica ed essenziale la relazione tra interno e esterno, tra corpo e anima.
E dove può essere la riproduzione di un modello in un intreccio di tubi in mercurio e PVC annodati e abbandonati sul pavimento? La risposta potrebbe darcela l’autrice, Roberta Silva, che lega idealmente la figura del padre a quella del mercurio, con una forte componente alchemica. Ci si avvicina un po’ di più ad una qualche forma di riconoscimento, seppur vaga, con Peter Coffin, che traccia sul muro linee concentriche colorate creando una forma umana, leggera leggera, sufficientemente indefinita per potersi difendere da un effettivo rimando individuale. Oppure con Dave Muller e Pae White, che richiamano il modello con una certa evidenza, sì, ma in modo indiretto: il primo dipinge su una grande tela verticale i dieci LP preferiti dal modello stesso, tracciandone i titoli sulle coste dei dischi; il secondo, ancora più indirettamente, installa uno chandelier di miriadi di gocce di carta di giornale di cui, difficile a dirsi, il modello ha scelto il colore.
Tom Burr, con una raccolta di fotografie su pagine a fisarmonica, sembrerebbe rimandare alla memoria personale del soggetto. Invece non è così semplice: il richiamo è ad una figura letteraria, chissà chi e chissà dove. Medesima linea per l’installazione di Lorna MacIntyre, piccoli gradini sospesi al muro come i passi di una vita, segnati da piccoli oggetti intimi di cui non si conoscono proprietario e significato.
Infine, molto interessante è la video-installazione di Allan Kaprow, che nell’essenzialità del bianco e nero racconta di uno scambio di oggetti tra due individui: due audiocassette da ascoltarsi in solitudine, davanti a uno specchio. Nota di intellettualismo in una mostra di per sé raffinata e intellettuale, che sembra voler aprire una strada radicalmente nuova al genere artistico più antico del mondo. Uno sforzo più che apprezzabile, certo. Anche se qualcuno prima o poi potrebbe sentire la nostalgia di Narciso.
barbara meneghel
mostra visitata il 27 settembre 2006
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