Milano, atto primo. Ventiquattro inaugurazioni. Feste esclusive e non. Critiche. Insomma, una telenovela. Tuttavia, nell’autunnale tre giorni, tra una faccenda e l’altra, uno scandalo e qualche segreto di pulcinella, si è trovato anche il tempo di andare a vedere le mostre. La storica galleria Guenzani, affianca per l’occasione una personale di Dayanita Singh, e una del nostrano Giuseppe Gabellone (Brindisi, 1973), protagonista della projectroom di via Melzo.
Quattro opere scultoreee. Saltano all’occhio due bassorilievi, sbalzati su piani ottenuti amalgamando tabacco, alluminio e collanti, con una ricetta appositamente studiata dall’artista, da sempre incline alla sperimentazione di materiali innovativi. Scolpite alcune piacevoli scene, tratte casualmente da ritagli di riviste o libri. Storie che non significano altro che se stesse, oggetti immobili di una metafisica intricatissima, che nella sua ostentazione esasperata del tema dell’assenza, talvolta lascia lo spettatore confinato in una cornice conclusa di sensazioni di pura godibilità. Sensazioni tuttavia falsate dal misunderstanding creato dal rapporto straniante tra figurazione, nel registro inferiore dell’opera, e astrazione, in quello superiore. Oltre che dall’irregolarità perimetrale, in cui stiacciati donatelleschi e bugnati mantovani si scontrano ad armi impari sulla superficie scabra.
Meno coinvolgenti le altre due sculture. La prima, un amplesso violento di stalattiti di superfici riflettenti ostenta l’eccessivo geometrismo delle masse, nel distacco disperato dalla parete di fondo. La seconda, dirimpetto, lunga quanto la parete della galleria, formata dall’accostamento di quattro tele ocra equidistanti, illumina, ma occlude con la sua mole, l’ambiente circostante, già di per sé angusto. La volontà di “marcare il territorio”, difesa dal comunicato stampa, isolando opera e spettatore in un rapporto
Poi ci sono le opere. Così distanti tra loro, nella forma, più che nei contenuti, infedeli non tanto ad un discorso di serialità dell’arte, non sempre condivisibile, ma al concetto di cifra. Manca il Gabellone che fotografa oggetti e poi li distrugge, che vede la perfezione dei volumi solo stando dietro un obiettivo. Il suo rapporto brutale con corpi amati e soggiogati, di cui la vera assenza è data dall’immagine bidimensionale, allude ad un altro che non c’è più. Alla morte, a fantasmi che vagano in un immaginario etereo ed irreale. La pesantezza della materia diviene qui zavorra per il concetto di libertà dell’arte. Per la necessità del pensiero di spaziare. Attendiamo quindi impazienti la conversione dell’opera nell’altro da sé. E se ciò non bastasse, la consueta, rituale, distruzione.
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Lavoro davvero interessante...non c'è che dire. andate a vederlo
Milano accoglie tutti quelli che sanno fare...
ecco l'unico fighetto milanese che si salva, almeno in parte (forse perché è di brindisi?).
che palle ...basta
lavoro terrificante andate pure a vederlo.
"La pesantezza della materia diviene qui zavorra per il concetto di libertà dell’arte. Per la necessità del pensiero di spaziare. Attendiamo quindi impazienti la conversione dell’opera nell’altro da sé"
qualcuno che mi spieghi in italiano corrente questa frase, grazie
Eccolo là, inevitabile, per vendere al dettaglio siamo alla verità: bricolage!!!