Ha un solo punto debole l’esposizione di Palazzo Reale. Pensata con il duplice obiettivo di “rendere evidente…sia la continuità del valore culturale del mito dall’età classica ad oggi, sia il rapporto privilegiato …tra ceramografia e repertorio figurato dei miti” (nelle parole della curatrice Gemma Sena Chiesa), ci sembra non riesca a rendere ben conto della presenza ancora vitale del mito greco nella nostra cultura. All’inizio del percorso espositivo i curatori propongono un brano del film Medea di Pier Paolo Pasolini che resta un frammento isolato, unico riferimento all’attualità.
Detto questo, la mostra è da non perdere. Bello l’allestimento, straordinari gli oggetti esposti, in gran parte vasi figurati prodotti nelle officine ceramiche della Magna Grecia tra V e IV secolo a. C..
Su anfore e hydrie (recipienti per l’acqua), crateri e kalpis (variante di hydria utilizzata anche come urna cineraria) scorrono come su un’insolita pellicola gli dei dell’Olimpo e gli eroi del mito, i loro amori, le vendette, liti e discordie.
Accanto alle fiabe mitologiche la vita quotidiana: ci sono vasi con scene di culto, misteri orfici, maschere teatrali, guerrieri e dame dell’aristocrazia, una kalpis decorata con scene di un’officina ceramica che mostra gli artigiani al lavoro. Oggetti che sono una preziosa fonte di informazioni per conoscere la Magna Grecia dell’epoca. Non solo; la pittura vascolare è una testimonianza importante delle conquiste pittoriche dei grandi artisti greci, le cui opere sono in gran parte perdute. Ci restano solo alcuni nomi Apelle, Polignoto, Zeusi e le copie d’età romana.
A queste la mostra dedica una bella sezione con affreschi provenienti da Pompei ed Ercolano che documentano l’elevato livello tecnico e stilistico raggiunto: la “ricerca di colorismo, ombreggiature, effetti di scorcio e prospettiva” (Sena Chiesa). Da notare nel frammento pompeiano con Achille e Briseide lo scorcio del braccio di Achille, la folla dei guerrieri in prospettiva sullo sfondo, la morbidezza del colore.
La mostra dedica una posizione centrale a due collezioni private la collezione Caputi (oggi proprietà Banca Intesa) e la collezione Lagioia (acquistata dalla Regione Lombardia), che si costituirono a Ruvo di Puglia nel corso del XIX secolo, quando nel posto fu scoperta una necropoli le cui tombe avevano corredi funerari ancora intatti. In mostra è ricostruito il fregio che ornava le pareti della cosiddetta Tomba delle Danzatrici scoperta nel 1883. Recentemente restaurati, gli affreschi del fregio raffigurano un corteo di fanciulle abbigliate con lunghi chitoni dai colori vivaci, azzurri, rossi, gialli e neri.
La collezione Caputi comprende vasi figurati che datano dal VI al III secolo a. C., un ampio arco di tempo che permette di seguire l’evoluzione della decorazione. Le figure inizialmente stilizzate, zone piatte di colore con pochi dettagli, poi si arricchiscono di particolari, compare un’elegante decorazione di foglie e palmette al posto di più semplici cornici geometriche. L’abbigliamento e le acconciature dei capelli mutano, inseguendo, allora come oggi, nuove mode.
Con un salto di venti secoli è dedicata alla moda di vivere alla greca una delle sezioni più originali della mostra. Nel Settecento sull’onda delle recenti scoperte archeologiche si diffuse la moda di salotti pompeiani e gabinetti etruschi nei quali ogni elemento di arredo era ispirato all’antico. In un’ampia sala al centro della quale troneggia il celebre vaso Hamilton del British Museum sono esposti vasi magnogreci e oggetti alla greca realizzati nel XVIII secolo dalle più importanti manifatture ceramiche europee: Wedgewood, Giustiniani a Napoli, Sèvres. Infine, davvero bella l’hydria Giustiniani con l’immagine coloratissima del mosaico della battaglia di Alessandro, i libri con raffinate riproduzioni di pitture vascolari, due tavoli con il piano in commesso di pietre dure (realizzati a Firenze) che raffigurano nature morte con vasi greci.
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