Quando si dice che l’apparenza inganna. Mai come in questo caso il gioco illusionistico e il trompe l’oeil si fanno protagonisti dell’arte. Perché proprio sull’astuzia di suggestionare l’occhio si basa la ricerca artistica di Daniele Camaioni (Ascoli Piceno, 1978). Su questa, e sull’utilizzo di materiali anomali, quotidiani, che a partire dall’Arte Povera degli anni Settanta compare spesso come eco nel panorama artistico contemporaneo. Eppure, nel caso di questo giovane artista marchigiano, c’è qualcosa di diverso: il “materiale povero” elevato a materia prima estetica è il più insolito e il più ovvio, il cibo. Camaioni ricerca la quotidianità più immediata, l’ossessione più moderna, il legame più diretto con la vita, e anche -perché no- con la propria esperienza personale. E arriva all’alimento, al nutrimento. Investito di una pluralità infinita di significati ed estetizzazioni, di valenze rituali, simboliche, religiose, erotiche, fin dai tempi più remoti. E così sceglie gli ingredienti culinari come da una tavolozza: pane, cioccolato, pasta, panna, caramello, formaggio e altro ancora vengono tagliati e spezzettati, incastrati e costruiti ad arte fino a creare dei veri e propri paesaggi. Surreali, allucinati, primordiali. Scenari congelati e metafisici, totalmente privi della presenza umana, che rimandano all’assurdità dell’ecosistema, del pianeta Terra al suo nascere, del nostro rapporto con il Globo. L’intervento digitale di Camaioni colora il cibo con tonalità fredde (prevalgono i grigi, i verdi, i blu, i rosa) e atmosfere glaciali, che spiazzano lo spettatore travolgendolo con onde terribili di verza, pericolanti costruzioni di pane bruciato, inquietanti monumenti di formaggio grana. E ancora, distese di pasta, menhir di cioccolato, nubi atomiche di caramello. Il tutto trafitto da luci artificiali, fredde e allucinate.
Difficile sottrarsi alla suggestione ottica di questi lavori, non sempre esteticamente piacevoli ma di sicuro impatto emotivo. Camaioni intende mettere in luce come il cibo sia dotato di una natura polimorfa e versatile esattamente come l’uomo. Perché il cibo è parte dell’uomo, l’uomo è il cibo, in un certo senso. L’alimentarsi non può ridursi a semplice funzione biologica, e qualcosa di più profondo, di più psicologico: “Vogliamo mangiare con gli occhi. E con la mente. Vedere e pensare, ecco chi siamo, siamo esseri che gustano pensando e immaginando”.
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