La sala allestita da Alexis Harding (Londra, 1973. Vive a Londra e in Irlanda) -già presente da Marella nella collettiva Before and After Science del 2003- colpisce in primo luogo per la radicale differenza fra le due installazioni scelte per la mostra. Da una parte, una sorta di composizione floreale multicolore costituita dai nastri adesivi che proteggono il bordo delle tele, accumulati nel corso di nove anni di lavoro; dall’altra, una scultura formata da strutture in metallo che sono state colpite da un’auto, dunque un ready-made creatosi incidentalmente e –soprattutto- immediatamente. Le sette tele sulle pareti sono realizzate con vernice lucida e olio diluito versati l’una sull’altro, con un processo di asciugatura che può protrarsi per diversi mesi. Durante questo periodo l’artista interviene spostando e manipolando la struttura reticolare posta fra la tela e il colore. Il rapporto fra materia e tempo dell’azione viene affrontato in maniera integralmente “emozionale”, sottolinea ripetutamente Harding. La tecnica d’intervento è differente in ogni tela -dall’inclinazione del supporto all’utilizzo di scalpelli- ma il punto centrale è “l’attesa, quando i colori cominciano a interagire”.
La seconda personale, dedicata al biologo John Bankston (Benton Harbor, Michigan, 1963. Vive a San Francisco), si svolge in contemporanea alla Jack Shainman Gallery di New York ed è una prima nazionale. Negli otto dipinti e nei dodici disegni si susseguono figure e paesaggi americani stereotipati. Lo stile richiama palesemente i libri da colorare per bambini e in questa logica rientra sia il connotato narrativo dei lavori -con alcuni personaggi che ricorrono- sia l’uso del colore, applicato mimando scarabocchi infantili, che tuttavia danno magicamente vita a panneggi di grande armonia.
“Dal divertimento che provavo quando da piccolo coloravo quei quaderni nasce la volontà di mettere in contrasto i contorni, la forma rigida, e il colore, che è espressione della libera creatività”, dichiara l’artista. “In fondo, nessun bambino si fa costringere dai limiti che gli si impone e proprio lì si dà la creatività. E la figurazione diventa astrazione”. L’aura immaginifica dei setting trova però un riscontro assai reale nel fatto che gli umani sono regolarmente di pelle scura. “In effetti”, continua Bankston, “tutti i libri di quel genere hanno i personaggi con la pelle bianca. A me non interessa ribaltare la situazione, ma stimolare la ‘cross-culture’. L’arte è socializzazione e dovrebbere coinvolgere anche gli adulti nella sua funzione di stimolo per il rispetto dell’altro”.
marco enrico giacomelli
mostra visitata il 15 settembre 2004
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