Protagonista delle avanguardie
degli anni ‘50 e ‘60, l’artista milanese è oggi considerato alla stregua di
grandi maestri quali Fontana, Manzoni e Klein. Una stima
conquistata nel corso dei decenni dal rigore della sua firma, ma anche dal
coraggio con cui spesso ha saputo osare. Dal dripping tipico del Movimento
Nucleare al classicismo delle illustrazioni per il De Rerum Natura, sino ai più recenti studi sul collage, Baj è
riuscito a esplorare una miriade di possibilità estetiche dimostrando tuttavia
una coerenza assolutamente inedita nel suo paradossale manifestarsi.
I due piani dello spazio
espositivo non pretendono di dare ordine al multiforme genio dell’artista e si
presentano, piuttosto, come umili contenitori di una ben precisa scelta
curatoriale: documentare la ricerca di Baj sulle materie plastiche, dal 1963 al
1970.
Durante questi anni, mattoncini
di Lego, polietilene, foglie di pvc imbottite di resina espansa sono stati per
l’artista strumenti eletti di creazione attraverso cui dar vita al proprio
“universo di plastica”. Un universo artificioso, si potrebbe osservare, ma
quanto mai rivelatorio se colto nei suoi latenti rimandi simbolici. Icona per
eccellenza della contemporaneità industriale, la plastica assume infatti
connotazioni critiche, incarnando in tal senso l’esplicita denuncia che Baj ha
inteso muovere agli eidolon del consumismo e del progresso.
Sculture-giocattolo oscillanti
tra il ridicolo e il farsesco esibiscono, mimando una sorta di commedia postmoderna,
il conformismo e il kitsch della società di massa (Albmilalf, 1968). Il
feticismo delle merci, accompagnato dal progressivo appiattimento del pensiero
critico, è dunque abbracciato in toto sino ai limiti del grottesco, per
poterne ricavare l’estrema parodia. Si pensi ad esempio a Izzoighitalti (Mr.
Wasmuth), lavoro dada-futurista del ’68 chiaramente volto a caricaturare lo
stereotipo contemporaneo e debitore, per certi versi, di alcune intuizioni di Depero
e Tinguely.
Ma la derisione del mito
occidentale trova la sua più ampia espressione con la plastificazione della
cravatta, simbolo per eccellenza del’uomo moderno; una su tutte, la Cravatta
di Jackson Pollock (1969), tributo reso in collage al maestro dell’action
painting. Baj spiega: “La cravatta è la
decorazione preferita dall’uomo moderno, perché sostituisce completamente
medaglie e decori militari e civili. La cravatta è il migliore simbolo della
società occidentale contemporanea”.
Un plauso alla Fondazione
Marconi per aver scelto di valorizzare, per il terzo anno consecutivo, l’arte
di una mente tanto irriverente quanto autentica. Molto può, il potere
dell’ironia.
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Fondazione Giorgio Marconi
Via Tadino, 15 (zona Porta Venezia) – 20124 Milano
Orario: da martedì a sabato ore 10.30-12.30 e 15.30-19
Ingresso libero
Info: tel. +39 0229419232; fax +39 0229417278; info@fondazionemarconi.org; www.fondazionemarconi.org
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