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Fino al 24.II.2002 | Achille Funi 1890-1972. L’artista e Milano | Milano, Spazio Oberdan

di - 18 Gennaio 2002

In questi ultimi anni sono andate infittendosi le occasioni per una rilettura di quegli artisti troppo a lungo bloccati nell’etichetta “Novecento”, o in altri schemi estranei anche al mondo dell’arte, che permettono pertanto nuovi, e forse più veritieri sguardi sul passato.
Merito di questa mostra, oltre al fatto di rendere accessibili opere conservate nei musei di Berlino, è l’aver voluto focalizzare il periodo “monumentale” di Achille Funi, ovvero dell’arte destinata ai grandi spazi pubblici e privati di Milano. Ma cosa si narra su queste immense superfici che dovrebbero raccogliere i temi dell’ethos collettivo?
E’ singolare come i contenuti siano analoghi alle forme del racconto urbano affrontato dall’artista in tre piccoli quadri: Il Foro romano e Roma, del 1930 e la bellissima tempera su tela del ’35 Visione di una città ideale dove è evidente un approccio onirico e mitologico. L’ombra della statua di Aurelio sembra essere scesa dal cielo scuro di una Roma smontata per pezzi, sezioni e frammenti, ricomposti sotto il segno di una rievocazione libera come in una scenografia.
Con una sintassi più ordinata la memoria dell’antico torna a srotolarsi nelle grandi fasce del ridotto del Teatro Manzoni, della Banca di Roma, della Cassa di Risparmio, nelle absidi e nelle cappelle di chiese e santuari.
Come interpretare questa voglia di classicità, di monumentalità senza apparenti incrinature? La Sarfatti, che già aveva definito “carducciana” la ricerca di Funi, così si esprimeva nel ’32: “Buona pittura, e scorci possenti, ma senza intimità (…) E temo che tutti i tentativi di fare, sul muro o sulla tela, la grande pittura epica monumentale, non possano servire se non come esperienze più o meno interessanti”.
La stessa domanda percorre il saggio di Elena Pontiggia che pone le basi per un giudizio storicamente fondato, soprattutto quando chiarisce, nel confronto tra Funi e Sironi, il diverso approccio ad un tema così carico di implicazioni sociali.
Preziosa infine, per la comprensione della formazione del linguaggio di Funi, le sale introduttive dove sono esposti i quadri dipinti tra il ’14 e il ’30: qui non solo si chiarisce l’iter formativo con l’importante stagione futurista e metafisica, ma si rivelano episodi di grande complessità lessicale analizzati con esattezza da Nicoletta Colombo che, commentando le opere del momento di Realismo Magico, così scrive: “Forme elaborate con una tensione ideale alla purezza, in prospetti anaerobici, quintessenziatli al punto da creare stupore, spaesamento, rialzate al massimo della tensione straniante”. Straniamento che aveva già improntato la curiosa iconografia del quadro La mia famiglia del 1919, in cui si vedono allineate le teste degli avi che, come lari domestici, si alternano a bottiglie e oggetti propri di una natura morta sullo sfondo di una città.
Un quadro che aveva, pur nei suoi spunti classici, entusiasmato Marinetti che scrisse: “Qui non vi è ombra di museo. Il bellissimo fondo di sobborghi milanesi, irti di camini, ha una intensità vissuta oggi qui, proprio a Milano….”.
Il catalogo abbraccia proprio questo iter teso tra le due polarità del moderno e dell’antico ed è arricchito da un’ampia antologia critica e da completi regesti della biografia e delle esposizioni a lui dedicate.
Una mostra da non perdere.

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link correlati
www.funi.artv.it

Gabriella Anedi
mostra visitata il 13/01/2002


Achille Funi 1890-1972. L’artista e Milano
Spazio Oberdan, viale Vittorio Veneto 2 – Milano
15 dicembre 2001 – 24 febbraio 2002
Orari: 10-19.30 – martedì e giovedì fino alle 22; chiusura lunedì.
Biglietti: 6,20 Euro intero; 4,13-3,10 Euro ridotto; 2,58 Euro gruppi scolastici accompagnati.
Informazioni: Provincia di Milano – Settore Cultura tel. 02/77406300-77406302
Credits: Mostra a cura di Elena Pontiggia e Nicoletta Colombo
Promossa dalla Provincia di Milano/Settore Cultura in collaborazione con Fondazione Antonio Mazzotta Milano.
Catalogo: La mostra è accompagnata da un catalogo Mazzotta, con testi di Elena Pontiggia e Nicoletta Colombo e approfonditi apparati critici.


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