E’ una sorta di materia oscura quella che irrompe nella logica dell’universo di Andrea Galvani (Verona, 1973) e trasfigura dall’interno i canoni tradizionali. Nell’ambito delle giovani proposte italiane e straniere, la galleria Artopia e la curatrice Marinella Paderni presentano l’ultimo progetto dell’artista che, da diversi anni, opera una riflessione sullo statuto delle immagini. L’obiettivo? L’atavico tentativo di liberare la struttura che tiene in equilibrio l’universo e gli organismi dal mito di uno statico conformismo, che come affermava Nietzsche “rende la mano più ingegnosa ma meno agile il nostro ingegno”.
Il wall painting BRAIN#1, un intervento grafico su una tavola anatomica del cervello umano, traccia una mappa simbolica del nostro sistema percettivo e innesca un meccanismo a orologeria di fotografie e disegni a china. Un insight che genera l’introduzione nell’opera di una nuova coscienza.
Il Big Bang concettuale di Galvani si propaga sotto forma di palloncini neri gonfiati ad elio e ancorati alla roccia, corpi estranei che come atomi di un universo al grado zero irrompono nel paesaggio di La morte di un’immagine #1, trasfigurandolo e irradiando la propria energia fino a proiettarlo in uno spazio metafisico decostruito. Come affermò Max Ernst “l’incontro su un piano di due realtà reciprocamente distanti fa sprizzare una scintilla”. Il dado è ormai tratto e mostra una delle sue facce in La morte di un’immagine #5, in cui il cavallo stagliato al centro ricorda i monumenti equestri di ascendenza classica, ma al posto del prode cavaliere è sormontato da una proliferazione di palloncini bianchi che nascondono parte della sua fisionomia astraendolo dal contesto e connettendolo a diversi livelli di significazione e di disamina spazio-temporale.
Gli elementi alieni che intervengono a favore della trasfigurazione di Decostruzione di una montagna #2 sono invece tre prismi ottagonali, specchi e simulatori della distribuzione di materia e della formazione delle strutture nel terreno sottostante. Con un gioco di spostamenti di senso affermano come una certa “terra di nessuno” viene ad interporsi tra realtà e rappresentazione iconica. I prismi hanno però un aspetto similare allo spazio che rappresentano, al punto da confondersi con esso.
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