La street art quest’anno ha attraversato una stagione di trionfi. Passando di grado e diventando -solo- “art” a tutti gli effetti. Attorno al fenomeno urbano più discusso e assieme legittimato degli ultimi avvenimenti cittadini, si è creata un’aura che in alcuni casi si è spenta. E in altri è rimasta accesa. Così, mentre gallerie come Biokip e Avantgarden continuano ad esporre e a fare ricerche con artisti che nascono e si evolvono con la strada, le istituzioni milanesi, invece, si mostrano caute, e, in parte, smontano l’ondata caotica che la street art ha portato a Milano. Confondendo e mischiando parecchio stili, forme e gerarchie, ben differenti tra loro in quest’ambito.
Ci sono poi, invece, nuove gallerie che aprono proprio sulla spinta e le rivelazioni, a volte improvvise, che la cosiddetta “estetica del muro” ha portato con sé.
È così che ha deciso di cominciare Allegra Ravizza Art Project. La neo-nata galleria ha spalancato i battenti esponendo un artista di strada che rivela molteplici scenari compositivi e si presta a interpretazioni spaziali di tipo estetico-architettonico. L’artista in questione si firma Joys (Cristian Bovo, Padova, 1974). Dalla sua tag (in gergo, la firma e lo pseudonimo che ogni artista di strada si dà), impressa sul muro a partire dal 1992, Joys ha iniziato a differenziare le sezioni linguistiche del segno che sentiva più vicino, quel segno specifico che rende a colpo d’occhio riconoscibile uno streeter da un altro. A partire dalla sequenza di un lettering che serviva a mappare e a tracciare i suoi lavori in tutti i luoghi visitati, l’artista padovano ha plasmato una profondità prospettica e architettonica della linea che tuttora lo caratterizza. Il suo nome, ripetuto su ogni muro, subisce dunque una trasformazione nello spazio, seguendo un dimensionamento plastico dei piani che accompagnano la geometria delle lettere dell’alfabeto. Il risultato è una sorta di espansione verticale, orizzontale e tridimensionale della sua tag.
Ogni incastro che Joys escogita è una possibilità. È un esploso che si assembla e che rimane sospeso, significando e allo stesso tempo imitando una combinazione di figure, forme e ingranaggi in codice.
In galleria, in particolare, tutta la “forza declinativa” del segno e la flessibilità manuale dell’artista, abile a lavorare su differenti supporti si rivelano in pieno. Subito, entrando, è stata esposta una scultura rosso-lacca che taglia l’aria e la impiglia in una sorta di rete tubolare, un’ennesima geometrizzazione volumetrica delle lettere J.O.Y.S.
Interessanti, poi, alcune sculture profilate che ripropongono la versione fumettistica di un piccolo zoo. Da notare ancora le numerose fotografie appese alle pareti, immagini queste ultime che spostano l’accento dalla costruzione delle forme allo sviluppo di uno specifico timbro colorista di questi lavori. Le foto ripropongono infatti i lavori di Joys en plein air, esattamente nel luogo nel quale sono state lasciate e si trovano tuttora. Una dilatazione ordinata delle campiture assottigliate a “piani-sequenza” e ridotte a livelli cromatici sinergici.
ginevra bria
mostra visitata il 24 maggio 2007
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...Ciao Joys! Vai così!!!