“Noi non siamo mai esistiti,
la verità sono queste forme nella sommità dei cieli”. In Cosa sono le nuvole, Pier Paolo Pasolini affida a questa riflessione
estremamente poetica circa l’esistenza la conclusione del celebre film,
lasciando in eredità alla storia del cinema una delle pellicole più
interessanti di tutti i tempi.
Muoversi tra le opere di Matteo Montani (Roma, 1972) fa da eco all’emblematica
domanda pasoliniana. Sì perché, a prima vista, le opere dell’artista – celebre
per utilizzare la carta abrasiva come supporto per i suoi lavori, in quanto “composta
di carbonio e silicio, elementi di cui sono fatte anche le stelle” – appaiono una sinfonia di
nuvole in movimento. Forme misteriose e ineffabili, proprio come le nuvole che
improvvisamente si fondono e si trasformano assorbendo luci, ombre, striature, riverberi
imprevedibili. E davanti a tale scenario ogni indagine s’arresta per lasciare
il posto a una piena contemplazione.
Tredici opere di misure variabili – tutti ultimissimi
lavori dei cicli Parole sulla montagna e A cielo aperto – compongono un percorso
espositivo estremamente nitido, pulito ed essenziale, che si sussegue nelle tre
stanze dello Studio Visconti. “Dall’appropriarsi di luoghi esterni Montani è
passato a dare vita a nuovi spazi interiori”, recita la presentazione. Infatti le opere
diventano squarci di impressioni in moto, come un cosmo inconscio che emerge
tassello dopo tassello, senza sosta, senza possibilità di confini.
L’impressione, appunto, è che il quadro non termini sulla “tela” ma strabordi
riversandosi nelle cose circostanti: si veda ad esempio la grande opera Né
il cielo né la terra.
“Sognatore è un uomo con i piedi fortemente appoggiati
sulle nuvole”,
scrisse Ennio Flaiano, e pare proprio che Montani trovi agio in questa
suggestiva affermazione nella serie Parole sulla montagna, in cui – come precisa il testo
critico – si trovano “echi dei nostri pensieri, riflessioni inconsce che
portano ad esplorare i luoghi più remoti dell’essere”, e ancora nel ciclo A cielo
aperto, dove “il
colore dà vita ad un universo fluido che tratteggia visioni lunari attorniate
da un alone di spiritualità”.
Chiaramente è il sogno, nel senso di capacità di non
arrestarsi alla contingenza delle realtà oggettive, la spinta emotiva
dell’artista, che in ogni opera appone lo slancio vigoroso di un volo. In tal
senso è utile soffermarsi a guardare, nella prima sala, il video che documenta
l’artista nel suo studio mentre produce un trittico, Supernaturans. “La parte in basso in blu
reale, la parte centrale in bianco e la parte in alto in oro”, spiega Montani. E in mostra,
proprio all’ingresso, ad accogliere lo spettatore si trova la traccia in oro,
qualcosa di incostante come l’antro profondo di una visione onirica.
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